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Per un
esame di coscienza: |
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I
DIECI
COMANDAMENTI |
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Io sono il Signore Dio Tuo
Non avrai altro Dio all’infuori di me
Non nominare il nome di Dio invano
Ricordati di santificare le feste
Onora il padre e la madre
Non uccidere
Non commettere atti impuri
Non rubare
Non dire falsa
Testimonianza
Non desiderare la donna d’altri
Non desiderare la roba d’altri
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Il Sacramento della Riconciliazione o Penitenza concede il
perdono definitivo di tutte le
colpe contratte con i nostri
peccati. Ogni volta che si
commette un peccato, anche
veniale, si contrae una colpa,
alla quale corrisponde per
divina Giustizia una pena,
ossia un castigo,
proporzionato alla gravità
del peccato commesso, che deve
essere soddisfatto (espiato) o
durante la vita, accettando e
offrendo al Signore le
sofferenze in riparazione
delle proprie colpe, compiendo
atti di carità e di
contrizione (pentimento)
perfetta, oppure dopo la
morte, in Purgatorio.
Sono
richieste alcune condizioni:
innanzitutto è necessario un
approfondito esame di
coscienza, che riporti alla
memoria tutte quelle occasioni
in cui ci si è macchiati,
gravemente con il peccato
mortale, e con ogni mancanza e
infedeltà, anche minime,
verso Dio e verso il prossimo.
All’esame
di coscienza deve seguire un
pentimento sincero di tutti i
peccati commessi, soprattutto
bisogna pentirsi di quelli che
violano i Dieci Comandamenti.
Si definiscono mortali i
peccati contro Dio e i Suoi
Dieci Comandamenti, peccati
che, senza un vero pentimento
e la conseguente Confessione,
ci meritano, per giustizia,
l’Inferno. Tuttavia, se il
pentimento è sincero, il
peccato, anche il più grave,
viene perdonato dalla infinita
Misericordia di Dio nella
persona del Confessore, che dà
l’assoluzione.
Tra i
peccati più frequenti e più
gravi ricordiamo: l’avarizia
e l’idolatria che vanno
contro il primo comandamento:
“non avrai altro Dio fuori
di me”; le bestemmie, che si
oppongono al secondo
comandamento: “non nominare
il nome di Dio invano”; la
violazione della Domenica e
dei giorni festivi, che non
vengono santificati con la
partecipazione alla Santa
Messa, come raccomanda il
terzo comandamento:
“ricordati di santificare le
feste”, e così di seguito.
Una volta confessati con il
cuore i peccati, li si deve
considerare cancellati per
sempre grazie all’infinita
Misericordia del Signore che
con il Sangue sparso
durante la Sua dolorosa
Passione e Morte in croce ci
ha meritato la Salvezza
eterna, aprendo a ciascuno di
noi le porte del Paradiso.
L’unico sforzo richiesto
all’uomo è quello di
umiliarsi inginocchiato
davanti al Sacerdote
confessore, che rappresenta
Gesù stesso nell’atto di
perdonare i peccati. Non si
tratta di una invenzione della
Chiesa Cattolica, piuttosto di
una esplicita missione che Gesù
ha affidato a tutti i Suoi
Apostoli, quando, risorto
apparve loro e disse: “A
chiunque rimetterete i peccati
saranno rimessi, a chi non li
rimetterete resteranno non
rimessi”. Pertanto, se noi,
nella nostra superbia,
crediamo di poter essere
perdonati senza la Confessione
Sacramentale, cadiamo in un
grave errore, in un vero e
proprio inganno del demonio,
che vuole la nostra
dannazione. Infatti, il
peccato che il Sacerdote non
assolve nella Confessione,
perché per timore, per
vergogna o per orgoglio non
confessiamo, resta “non
rimesso”, come afferma Gesù.
(Bisogna ricordare, però, che
alcuni peccati particolarmente
gravi, come il divorzio,
impediscono di accostarsi ai
Sacramenti e la loro
assoluzione può essere
accordata solo dal Papa, dal
Vescovo o presbiteri
autorizzati).
A
conclusione della Confessione
si recita l’ “atto di
dolore” con il proposito
sincero di non ricadere più
negli stessi errori. Infatti,
colui che è veramente
pentito, per le offese e gli
oltraggi contro la Divina
Maestà, si accosta al
confessionale nella ferma
decisione di non commettere più
gli stessi peccati di cui si
è macchiato in precedenza. La
“penitenza” che il
Sacerdote sceglie, in
proporzione alla gravità dei
peccati confessati, serve per
recuperare la “piena salute
spirituale”. Non basta la
sola assoluzione a porre
rimedio a tutti i “disordini
che il peccato ha causato” (CCC
1459), così la
“penitenza”, che consiste
nella recita di preghiere o in
qualche atto di carità, serve
come “soddisfazione” o
“espiazione” del peccato
assolto.
Ricordiamo
ancora che tutto ciò che
viene confessato al Sacerdote
nella Confessione Sacramentale
rimane segreto sotto il
“sigillo sacramentale”,
ossia rimane “sigillato”
dal Sacramento. Così si
esprime il Catechismo della
Chiesa Cattolica (1467) a
riguardo: “data la
delicatezza e la grandezza di
questo ministero e il rispetto
dovuto alle persone, la Chiesa
dichiara che ogni sacerdote
che ascolta le confessioni è
obbligato, sotto pene molto
severe, a mantenere un segreto
assoluto riguardo ai peccati
che i suoi penitenti gli hanno
confessato”. Con la
frequenza al Sacramento della
Penitenza (almeno una volta al
mese, raccomandava Giovanni
Paolo II di non far
passare più di venticinque
giorni tra una confessione e
l’altra) si ottengono Grazie
e favori celesti in
abbondanza, tutto ciò di cui
abbiamo bisogno per la vita
dell’anima e anche del
corpo. Questo significa
“cercate il Regno di Dio e
la sua giustizia e tutto il
resto vi sarà dato in
aggiunta” (Mt 6,33).
Vivere
e perseverare in uno stato di
Grazia, praticando la
Confessione, ci da la
possibilità di accedere al
Sacramento della Eucaristia
(chi è in peccato mortale non
può ricevere la Comunione,
altrimenti commette
sacrilegio), e di vivere
santamente senza alcun timore
sotto lo sguardo costante
della Misericordia del Signore
e della Santa Vergine Maria,
che, in cambio dei nostri
piccoli sforzi di rimanere
fedeli a Dio, provvederanno a
noi in ogni occasione
favorevole e sfavorevole. Il
Sacramento della
Riconciliazione, insieme a
quello dell’Eucaristia,
grazie anche all’azione
dello Spirito Santo, ci
rinnova dall’interno e ci da
pace
vera, serenità, tranquillità
interiore e tutta la forza
necessaria per resistere alle
tentazioni e affrontare le
avversità della vita.
Per questo la Chiesa lo
raccomanda: tutti i santi
hanno attinto alla fonte della
Divina Misericordia nei
Sacramenti suddetti. E non
dimentichiamo che solo la
perseveranza salverà le
nostre anime dalla perdizione
eterna: dimostriamo al Signore
di credere nel Suo amore di
Padre non solo a parole ma con
i fatti! La frequenza ai
Sacramenti darà una svolta
alla vita di ciascun
Battezzato e sarà una
dimostrazione credibile della
sua fedeltà a Dio.
Chi
vuole mettere Dio al primo
posto, godere della Sua
protezione e dei Suoi benefici
in questa vita e della Sua
visione eterna nel Paradiso
non abbia paura di cambiare le
sue cattive abitudini, si
decida per Dio, ripartendo
dalla frequenza costante ai
Sacramenti e vedrà la sua
vita trasformarsi nella pace,
nella felicità e nella libertà
vera.
Pamela
Salvatori
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