|
Il
racconto della passione
secondo Giovanni inizia con
una scena potentemente
allestita, che mostra presto
al lettore e all’ascoltatore
l’abilità drammatica
dell’evangelista.
L’arresto di Gesù dà il
via ad un aspro scontro tra il
Cristo e i suoi nemici, tra il
Verbo di Dio mandato al mondo
e le forze dell’incredulità
e del male. Questo stesso
dramma, che è continuato a
scorrere lungo tutto il
vangelo di Giovanni come una
corrente profonda, sfocerà
nel momento culminante della
morte di Gesù. Il Vangelo,
inoltre, avverte che la
Passione, ossia il momento in
cui le forze del male verranno
completamente sguinzagliate
dietro Gesù, farà pagare il
suo pedaggio anche alla
comunità. Pure i discepoli
dovranno subire l’assalto
del male e sopportare il
freddo disprezzo del mondo,
non solo mentre se ne staranno
ritti accanto a Gesù durante
la sua Passione, ma anche
durante il compimento della
missione nel mondo da lui
affidata. Se le sue parole sul
pane di vita scandalizzano, ci
sarà assai più da
scandalizzarsi per la sua
morte di croce (6, 62). Nel
discorso finale Gesù avverte
che il mondo odierà i
discepoli proprio come ha
odiato lui (15,18; 17,14) e
che come ha perseguitato Gesù,
perseguiterà loro (15,20). I
discepoli verranno scacciati
dalle sinagoghe, anzi, verrà
l’ora in cui chiunque vi
ucciderà crederà di rendere
culto a Dio, dice Gesù
al capitolo 16, versetto 2 del
vangelo di Giovanni.
Essi, come il Maestro,
dovranno perdere la loro vita
per salvarla e odiare la
propria vita in questo mondo
per guadagnarla in eterno.
Seguire Gesù significa
imparare la lezione del chicco
di frumento cha ha dovuto
cadere nella terra e morire,
per poter dare molto frutto
(cfr. 12, 4-26).
Al lettore che sfoglia
le pagine del Vangelo
giovanneo e al nostro
ascoltatore, il messaggio
appare chiaro: solo con la
morte di Gesù la storia del
Verbo fatto carne raggiungerà
la sua conclusione terribile,
ma trionfante.
1
Detto questo, Gesù uscì con
i suoi discepoli al di là del
torrente Cedron dove c' era un
orto, in cui entrò con i suoi
discepoli.2 Anche Giuda, che
lo stava tradendo, conosceva
bene il posto, perché Gesù
molte volte si era riunito là
con i suoi discepoli. 3 Giuda
dunque, presa la coorte e le
guardie dei sacerdoti-capi e
dei farisei, vi si recò con
lanterne, fiaccole ed armi.4
Gesù, sapendo tutto ciò che
stava per accadergli, si fece
avanti e disse loro: «Chi
cercate?».5 Gli risposero: «Gesù
il Nazareno». Dice loro: «Io
sono». Stava con loro anche
Giuda che lo tradiva.6 Quando
ebbe detto loro: «Io sono»,
indietreggiarono e caddero a
terra.7 Domandò allora di
nuovo: «Chi cercate?». Ed
essi dissero: «Gesù il
Nazareno».8 Gesù rispose: «Ve
l' ho detto che sono io. Se
dunque cercate me, lasciate
andare via costoro».9 Così
si adempì la parola che aveva
detto: «Di quelli che mi hai
dato non ne ho perduto nessuno».
10 Allora Simon Pietro, che
aveva una spada, la sfoderò e
colpì il servo del sommo
sacerdote e gli mozzò l'
orecchio destro; quel servo si
chiamava Malco.11 Ma Gesù
disse a Pietro: «Metti la
spada nel fodero. Non dovrò
forse bere il calice che il
Padre mi ha dato?». Allora la
coorte, il tribuno e le
guardie dei Giudei si
impadronirono di Gesù e lo
legarono12.
La
scena d’apertura introduce
subito nel tono paradossale
che accompagna da cima a fondo
il racconto giovanneo della
passione. Ad un livello di
racconto abbiamo i rituali
minacciosi della violenza e
dell’evidente sconfitta: il
tradimento di un amico; la
presenza minacciosa di soldati
armati; l’arresto notturno
di un uomo innocente; un
interrogatorio e un processo
sommario, la tortura; da
ultimo, un’esecuzione
pubblica e una frettolosa
sepoltura. La caratteristica
originale del racconto
giovanneo della passione sta
nel fatto che queste tristi
realtà di sconfitta apparente
e di morte non dominano la
narrazione. In
tutto il racconto della
sofferenza e della morte di
Gesù, è presente un altro
aspetto che si impone: Gesù
trionfa sulla morte. Egli non
è una vittima a cui si
strappa con violenza la vita,
ma uno che dà la sua vita
liberamente come un atto
d’amore per il mondo. Questo
miscuglio di morte e di
trionfo è rintracciabile in
quasi tutti gli elementi della
scena di apertura.
Riascoltiamo i primi due
versetti del capitolo 18:
1
Detto questo, Gesù uscì con
i suoi discepoli al di là del
torrente Cedron dove c' era un
orto, in cui entrò con i suoi
discepoli.2 Anche Giuda, che
lo stava tradendo, conosceva
bene il posto, perché Gesù
molte volte si era riunito là
con i suoi discepoli.
Dopo
aver illuminato i discepoli e
averli plasmati, con opportuni
discorsi, a ogni genere di
virtù, dopo aver comandato
loro di scegliere una vita
molto onesta e pia, e dopo
aver promesso inoltre di
riempirli dei doni spirituali,
dopo aver detto che avrebbe
mandato loro la benedizione
dall’alto e dal Padre, esce
ormai prontamente, non
evitando il tempo della
passione, né temendo la morte
che avrebbe subìto a favore
di tutti. Spesso, è vero, era
sfuggito ai Giudei che lo
volevano assalire e cercavano
di lapidarlo, e si era
sottratto alla loro vista: ma
non voleva affrontare la
passione perché non era
ancora giunto il tempo
conveniente. Ma, ora, che era
giunto il tempo, abbandonata
la casa nella quale aveva
istruito i suoi discepoli, andò
in un luogo nel quale Cristo,
Salvatore di tutti, e i suoi
discepoli solevano spesso
stare insieme. E questo lo
fece per essere trovato senza
difficoltà dal traditore. Che
il Figlio di Dio sia pronto ad
affrontare la morte è provato
dall’arrivo improvviso di
Giuda e di una banda armata di
soldati venuti a prenderlo. Il
punto focale della scena sarà
questo scontro drammatico tra
Gesù e i suoi nemici.
È Giuda, il traditore, a
prendere l’iniziativa
durante il tradimento. Giuda
sa dove si trova Gesù quella
notte, si procura una banda di
soldati e di guardie e la
conduce da Gesù (18,3). La
solidarietà di Giuda con i
nemici di Gesù al momento
dell’arresto viene
chiaramente ribadita al
versetto 5: Stava
con loro anche Giuda che lo
tradiva. Ma nonostante
il discepolo caduto, il potere
di Roma e le autorità
religiose, Gesù non viene
colto alla sprovvista. Anzi,
tutti questi raccapriccianti
aspetti mettono in risalto il
maestoso potere di Gesù.
Egli, si legge nel Vangelo, si
fece innanzi e affronta
il potere delle tenebre
dicendo: chi
cercate (18,4)? Il
Figlio di Dio non aspetta che
essi lo assalgano, ma va
coraggiosamente incontro a
loro, dimostrando che il
delitto non gli era
sconosciuto e, poiché era
facile per lui, conoscitore
del futuro, sfuggire, si offre
spontaneamente alla passione,
di sua volontà e senza essere
costretto ad affrontare questo
pericolo, affinché i sapienti
dei greci non prendessero da
ciò l’occasione per
deriderlo e considerassero la
croce scandalo e simbolo della
sua debolezza e affinché il
giudeo non si insuperbisse,
pensando di averla avuta vinta
su di lui. I nemici di Gesù
rispondono: Gesù,
il nazareno. Alla
risposta di Gesù, sono
io, i componenti la
banda armata indietreggiarono
e caddero a terra (18,6).
Proprio nel momento in cui ci
si aspetterebbe che la vittima
disarmata crolli, notiamo che
Gesù è nel pieno controllo
della situazione.
Quelli
che fanno prigioniero Gesù
indietreggiano di fronte alla
sua autorità divina e cadono
a terra (18,6).
Al livello di conversazione
ordinaria, le parole con cui
Gesù risponde: “Sono io”,
servono semplicemente a
identificare Gesù come il
ricercato. Ma la reazione, il
cadere all’indietro,
confusi, alla risposta di Gesù,
non è semplicemente un
naturale stupore. Gli
avversari di Gesù si
prostrano sulla faccia davanti
alla sua maestà, di modo che
ci sono ben pochi dubbi che
Giovanni intenda IO SONO come
un nome divino. Il
cadere a terra è una reazione
alla rivelazione divina.
In questo modo Giovanni spiega
che Gesù ha il potere di Dio
sulle forze delle tenebre,
perché ha il nome divino.
Essa rafforza l’impressione
che Gesù
non avrebbe potuto essere
arrestato se non lo avesse
permesso. L’impotenza
delle forze delle tenebre è
evidente: è Gesù che deve
prendere l’iniziativa. Egli
ripete la domanda: Chi
cercate? E dice di
essere Gesù il Nazareno che
essi vogliono trovare (18,7).
Non solo, ma Gesù giunge fino
a proteggere i discepoli,
cosicché non hanno bisogno di
fuggire. Con grande padronanza
di sé, Gesù offre se stesso
per i discepoli:
Se dunque cercate me, lasciate
andare via costoro. E
ottiene la loro libertà
(18,8). L’evangelista
vede in questo gesto
protettore l’adempimento
della parola di Gesù: Di
quelli che mi hai dato non ne
ho perduto nessuno.
La
sollecitudine di Gesù per i
suoi discepoli e la sua
incrollabile decisione di non
perderne nessuno evocano le
immagini del Pastore, nel
capitolo 10. Il Gesù
giovanneo vede nella propria
morte la volontà del Pastore
di offrire la vita per le
pecore (10, 11.15). La cura
che Gesù Pastore ha per la
vita del suo gregge fa sì che
egli possa dichiarare: Le
mie pecore ascoltano la mia
voce e io le conosco ed esse
mi seguono. Io do loro la vita
eterna e non andranno mai
perdute e nessuno le rapirà
dalla mia mano. Il Padre mio
che me le ha date è più
grande di tutti e nessuno può
rapirle dalla mano del Padre
mio (10, 27-29).
Rileggiamo
i versetti 10 e 11 del
capitolo 18:
Pietro
10
Allora Simon Pietro, che aveva
una spada, la sfoderò e colpì
il servo del sommo sacerdote e
gli mozzò l' orecchio destro;
quel servo si chiamava Malco.11
Ma Gesù disse a Pietro: «Metti
la spada nel fodero. Non dovrò
forse bere il calice che il
Padre mi ha dato?».
L’ultima
parte della scena
dell’arresto ha per
protagonista l’apostolo
Pietro. Fino a questo punto i
discepoli hanno recitato un
ruolo passivo nel dramma. Ma
l’arresto sta per avvenire.
Simon Pietro estrae la spada e
stacca l’orecchio destro di
Malco, lo schiavo del sommo
sacerdote (18,10). Pietro si
mosse secondo la Legge.
Questa, infatti, comandava di
ricambiare, senza colpa,
l’offesa ricevuta, piede per
piede, mano per mano, ferita
per ferita (Es. 21, 24-25). Ma
nostro Signore Gesù Cristo,
che è venuto per insegnare ciò
che è al di sopra della Legge
e per formarci secondo la sua
mansuetudine, riprende
iniziative di tal genere che
sono secondo la Legge, come se
fossero contrarie alla
perfezione del vero Bene. La
perfezione, infatti, non
consiste nella Legge del
Taglione, ossia dell’occhio
per occhio, dente per dente,
ma piuttosto risplende nella
somma pazienza. Con
questo breve episodio il
Signore ci insegna che per
combattere per Cristo non
bisogna impugnare la spada e
colpire gli avversari. Bisogna
invece affrontare con mitezza
quelli che cercano di farci
del male, quando ci si
impedisce di fuggire. È molto
meglio, infatti, che gli altri
siano puniti per i delitti
commessi contro di noi dal
Giudice Supremo, che è Dio,
piuttosto che da noi, con il
pretesto della pietà ed
esigendo invece una pena dura.
Anzi, è assurdo che noi
onoriamo con la morte dei
persecutori colui che, per
distruggere la morte, si
sottopose volontariamente ad
essa. Perciò in tali
circostanze dobbiamo seguire
necessariamente l’esempio di
Cristo. Metti
la spada nel fodero. Non dovrò
forse bere il calice che il
Padre mi ha dato? (18,11).
Il
rimprovero genera la legge
della dottrina evangelica che
ha la forza di comandamento,
non quello dato da Mosè agli
antichi, ma quello che è
stato dato da Cristo, il quale
è tanto lontano dall’uso
della spada per vendicarsi,
che anzi, se qualcuno ci
percuote una guancia e vuole
inoltre percuoterci l’altra,
bisogna offrirla (Mt 5,39).
Gesù rifiuta di approvare
l’uso della violenza, sia
pure in suo favore. Nella
scena il Figlio di Dio ricorda
a Pietro che egli deve bere il
calice che il Padre gli ha
dato. Il “calice” qui è
simbolo della morte di Gesù.
La morte gli è stata data da
Dio Padre, sebbene sia stata
preparata dall’empietà dei
Giudei, giacché nulla sarebbe
potuto accadere, se il Padre
non lo avesse permesso per il
nostro vantaggio. Il
Figlio di Dio è deciso a bere
il “calice” della sua
morte, perché questo atto di
supremo amore e non l’uso
della forza e della violenza
è in grado di rivelare
l’amore redentore stesso di
Dio per il mondo.
In
altre parole Giovanni crea un
forte contrasto tra l’uso
del potere fatto dai nemici di
Gesù, che vengono con le armi
(18,3) e il potere liberatorio
della vita e della morte di
Gesù.
Rileggiamo
il versetto 12 del capitolo
18:
Allora
la coorte, il tribuno e le
guardie dei Giudei si
impadronirono di Gesù e lo
legarono12.
Tolti
di mezzo gli impedimenti e
tolta la spada dalla mano di
Pietro, dal momento che Cristo
stesso, sebbene potesse
sfuggire, si consegnava
spontaneamente nelle mani dei
suoi nemici, alla fine si
avventarono su di lui, accesi
da una grande audacia, sia i
soldati che il loro capo e con
essi i servi. Nonostante
avessero preso il Signore
disposto a tutto, tuttavia lo
legano, proprio lui che era
venuto per liberarci dai lacci
della morte e per slegarci dai
legami del peccato. Ancora una
volta l’evangelista elenca
le forze schierate per
distruggere Gesù: … il
distaccamento con il
comandante e le guardie dei
Giudei.. (18,12).
Rappresentanti del mondo
intero - potere religioso e
potere civile - si ergono
contro la Parola di Dio. E
nelle tenebre sta in agguato
il potere demoniaco che si è
impadronito di Giuda e lo ha
portato a tradire Gesù. Ma
l’ascoltatore sa bene che le
forze di morte che ora si
impadroniscono di Gesù non
prevarranno. Si impadroniscono
di colui al quale prima
neppure avevano potuto
avvicinarsi. Egli era il
giorno ed essi le tenebre e
tenebre rimasero perché non
ascoltarono l’invito: avvicinatevi
a lui e sarete illuminati
(Salmo 34,6). Se si fossero
avvicinati a lui in questo
modo, lo avrebbero preso non
per ucciderlo, ma per
accoglierlo nel loro cuore. Ma
siccome lo presero in ben
altro modo, si allontanarono
da lui ancora di più; e legarono
colui dal quale piuttosto
avrebbero dovuto essere
sciolti. E forse, tra
coloro che caricarono Cristo
di catene vi era qualcuno che
più tardi, parliamo di
sant’Agostino, da lui
liberato, disse: Tu hai
spezzato le mie catene (Salmo
116, 16).
SE
PRELEVI DEL TESTO IN QUESTA
PAGINA AGGIUNGI QUESTA STRINGA
"nelnomedimaria.altervista.org
©
Nel Nome di Maria "
 |