Gli accusatori di Gesù nel processo

di Confr. Piero della Regina della Pace

 

“Si avvicinava la festa degli Azzimi, detta anche Pasqua, e i capi dei sacerdoti e i dottori della Legge cercavano come sopprimerlo. Però temevano il popolo. Satana allora entrò in Giuda, chiamato Iscariota, che era nel numero dei dodici. Ed egli andò a mettersi d’accordo con i capi dei sacerdoti e i capi della guardia sul modo di consegnare Gesù nelle loro mani. Essi ne furono contenti e convennero di dargli del denaro. Egli fu d’accordo e da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo loro senza che il popolo se ne accorgesse.” (Luca 22,1-6)

 

Oggi poniamo l’attenzione sul versetto 2 del capitolo 22 di Luca: “e i capi dei sacerdoti e i dottori della Legge cercavano come sopprimerlo. Però temevano il popolo.” Da questo versetto risulterebbe che, il livello di sopportazione dei capi dei sacerdoti, cioè Anna e Caifa, dei dottori della Legge, degli anziani del popolo, aveva raggiunto la misura. Già dagli inizi della predicazione di Gesù, tre anni prima, si erano registrati conflitti, ma ultimamente la situazione era divenuta insopportabile per loro. Il Vangelo di Giovanni ci presenta prima dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, il grandioso miracolo della risurrezione di Lazzaro. Questo aveva suscitato una pronta reazione, si era convocato il Sinedrio, una sorta di parlamento religioso, e in questa seduta se ne era decisa la condanna a morte, nascondendo l’invidia che provavano verso di Lui con una motivazione politica: Gesù che trascinava folle, poteva creare un’insurrezione popolare e far scattare la reazione di Roma. L’acredine poi era cresciuta con l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, dove a più riprese ed in forma crescente si creano scontri tra lui e il Sinedrio in questa ultima fase della Sua vita, attacca in modo continuo e davanti ad un popolo sempre più crescente, tutta l’organizzazione del culto. Nei giorni trascorsi al Tempio, affronta di volta in volta, tutte le categorie. A questo proposito è utile riferirci a l’Evangelista Marco, il quale ci presenta sei scontri sempre più violenti. Vediamoli.

 

1° scontro con i cambiavalute ed i venditori di colombe: questi erano autorizzati dai capi del Tempio mediante il pagamento di una tassa. Oggi potremmo paragonarli ai venditori di “oggetti religiosi”, quelli che troviamo alle porte dei nostri santuari; solo che quelli dell’epoca di Gesù erano situati proprio all’interno del Tempio, benché nel cortile più esterno. La loro attività consisteva nel cambiare il denaro romano e greco in valuta ebraica: Gerusalemme era un crocevia di molti popoli, posta tra Grecia, Egitto, Roma e tutto il Medio Oriente. Così nel tempo della festa di Pasqua, vi accorrevano pellegrini ed emigranti da tutto il mondo conosciuto. Ora nel luogo santo era fatto divieto di portare tutto ciò che era impuro, cioè non della terra di Palestina, così questi che erano alle porte del Tempio, cambiavano queste monete, che spesso recavano effigi o idoli, ritenuti sacrileghi per gli ebrei, in valuta locale; queste monete poi, venivano gettate nel tesoro del Tempio.

Vi erano poi i venditori di colombe, che venivano comprate e date ai sacerdoti come offerta per il Signore, particolarmente quale ringraziamento per i figli avuti, specialmente se maschi; era l’offerta dei poveri. Ma tutto questo commercio, avveniva con grande confusione: nel mondo orientale ogni contrattazione avviene con grandi discussioni sul prezzo della merce e quando tutto questo avviene in un luogo circondato da mura, come era il cortile del Tempio, possiamo immaginare quale baccano accolse Gesù al suo ingresso. Gesù li scaccia, è Lui il padrone del Tempio! Questo accende d’ira coloro che si ritenevano tutori del luogo santo: i capi dei sacerdoti e gli scribi.

 

2° scontro il giorno successivo con i capi dei sacerdoti, scribi e anziani; questi non hanno ancora mandato giù il rimprovero del giorno precedente. Erano rispettivamente, i primi, i capi dei sacerdoti, coloro che erano stati nominati a capo della classe sacerdotale. A dire il vero, sommo sacerdote era uno solo, cioè quello in carica, ma Luca li ricorda al plurale per presentarci gli ultimi due in ordine di tempo che Gesù incontrò, ovvero Anna e Caifa. Caifa era il sommo sacerdote in carica.

Questa dignità agli inizi, cioè intorno al XIII secolo a.C., era una carica ereditaria, di cui il primo fu Aronne, fratello di Mosè. Ma negli ultimi due secoli prima di Cristo, la carica smise di essere dinastica ed iniziarono i regnanti di turno a farne la nomina: Erode il Grande nominò ben sei sommi sacerdoti. Dopo di lui, furono i romani a prendersi il diritto della nomina. Una volta eletti, si decadeva o per morte o perché si veniva deposti dal regnante di turno, mantenendo però il titolo solo a titolo onorario. Per questo si parla di Anna, che era decaduto, ancora come “sommo sacerdote”, benché in carica vi fosse suo genero Caifa.

Ora ci potremmo chiedere quali fossero i poteri del sommo sacerdote (o capo). L’aspetto principale era, di poter essere l’unico a poter entrare nel “Santo dei Santi”, che era la camera più interna del Tempio di Gerusalemme, dove un tempo vi era stata collocata l’Arca dell’Alleanza. Poi, era capo del Sinedrio, l’organo giudiziale che poteva decidere di vita o di morte dei cittadini. Infatti ritroveremo in seguito gli apostoli e San Paolo condotti di sovente dinanzi a loro per essere giudicati.

Si può quindi capire, essendo stato eletto dal governo romano, come il Sommo Sacerdote cercasse di evitare ogni scontro verso la potenza dominatrice, pena la caduta dalla carica. Gli scribi invece, che potevano essere anche sacerdoti, erano esperti di Sacra Scrittura, oggi li chiameremmo teologi, grandi conoscitori quindi della Legge di Dio e del culto. Così allora lo scriba, leggeva, traduceva e interpretava al popolo il contenuto della Legge, era quindi un insegnante di religione. Ma, questi grandi dottori, si trovano in grande imbarazzo a rispondere a Gesù quando Egli chiede loro perché non hanno ascoltato Giovanni il Battista. Ad esempio, Giovanni il Battista aveva rimproverato il re Erode di aver trasgredito il sesto comandamento, avendo questi abbandonato sua moglie per unirsi alla moglie del fratello. Perché loro, conoscitori della Legge e tutori della sua osservanza, non avevano fatto lo stesso? Così dinanzi a Gesù, che li rimprovera, devono restare in un rabbioso silenzio.

 

3° scontro, avviene quando racconta loro la parabola dei vignaioli omicidi, riferendosi a essi che si sono impadroniti della Legge, aggiungendo e togliendo norme e soprattutto ammazzando i profeti che li richiamavano sulla retta via.

 

4° scontro avviene quando, a far cadere Gesù in contraddizione ci provano farisei ed erodiani insieme. I primi erano i grandi contestatori di Erode, perché questi era re di Israele nonostante fosse straniero e pagano; ovviamente si ponevano contro i sacerdoti (o sadducei) che erano tutelati dallo stesso Erode, come abbiamo visto nel trattare i sommi sacerdoti. I farisei avevano come punto di forza la scrupolosa osservanza della Legge. Erano un vero partito, il loro stesso nome farisei = separati, ci fa capire come fossero chiusi agli altri, quindi contro il re, contro i Sommi Sacerdoti e contro tutto ciò che non era israelitico; erano i custodi della tradizione ebraica, i puri! Dai farisei trae origine l’ebraismo moderno, è l’unica classe sopravvissuta dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. Gli erodiani invece erano i partigiani di Erode Antipa. Non s’interessavano di problemi religiosi, essi sognavano la riunificazione di tutta la Palestina attorno al trono del loro protettore.

Appare incredibile quindi come contro Gesù andassero insieme d’accordo farisei ed erodiani: i primi odiavano gli erodiani che sostenevano l’impero di Roma, i secondi invece odiavano i farisei che volevano Roma fuori dalla Palestina. Questi due gruppi quindi, vanno a chiedere a Gesù se è giusto pagare le tasse a Roma (per gli erodiani sì, per i farisei no). Così in qualsiasi modo Gesù risponda, si trova contro l’uno o l’altro. Ma Egli li rimprovera di essere tentatori e ricorda loro di dare a Cesare quello che è suo, ma soprattutto di dare a Dio ciò che gli appartiene: il vero culto, non invece una serie di formalismi e regole da rispettare.

 

5° scontro avviene, quando arrivano i sadducei; anche questi erano un partito, composto nella maggioranza dei casi da sacerdoti di classe aristocratica. Si opponevano ai farisei prevalentemente perché: non credevano alla sopravvivenza dell’anima dopo la morte; non credevano nell’esistenza di angeli, buoni o cattivi; non seguivano tutti i precetti dei farisei ma solo ciò che era scritto nei primi cinque libri della Sacra Scrittura, la Torah ; infine erano abbastanza aperti in campo politico e religioso: infatti erano ritenuti dei collaborazionisti dei romani. Vi fu, infatti, qualche anno dopo la morte di Gesù, una tremenda guerra civile tra questi e farisei, terminata con lo sterminio dei sadducei. Nei giorni ultimi, trascorsi nel Tempio, questi si avvicinano a Gesù e cercano di metterlo in difficoltà a proposito della risurrezione, nella quale essi non credono. Gli chiedono in modo subdolo: se una donna è rimasta sette volte vedova e sette volte si è risposata, alla risurrezione dei morti, di quale dei sette uomini sarà moglie? Gesù li rimprovera per l’idea distorta che hanno non solo della morte ma anche della vita, concepita solo come materia e questo perché non conoscono le scritture, dove Dio non si presenta come il Dio che era di Abramo, era di Isacco ed era di Giacobbe, ma Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe: cioè questi ci sono ancora e non spariti per sempre.

 

6° scontro ed ultimo scontro avviene sempre contro gli scribi. Ai maestri della Legge, Gesù fa una serie di rimproveri: sono vanagloriosi, perché a loro piace vestirsi in modo plateale in modo che tutti li guardano e li salutano, e poi si fanno onorare sedendosi davanti a tutti; sono avidi, perché per il fatto di essere esperti di Scrittura, nel dare consigli alla vedove, si fanno pagare profumatamente; sono ipocriti, perché fanno finta di pregare a lungo, così sono presi per esperti, mentre hanno ben altri interessi.

 

Ecco quindi secondo Marco i principale scontri di Gesù con le varie autorità nel Suo ingresso nel Tempio di Gerusalemme. Sorprende come proprio tra queste autorità vi fossero forti contrasti politici, religiosi e sociali, sfociati a volte in veri regolamenti di conti, come lo storico Giuseppe Flavio ci racconta, ma trovarono nella Pasqua dell’anno 33, un unico punto in comune: uccidere Gesù di Nazareth. In quest’ambiente ritroviamo le autorità religiose, le quali, benché sia prossima una festa importante del calendario, sono presi da un problema più scottante: l’eliminazione di Gesù, chiamato il Cristo. La storia ci dice che nelle stesse componenti vi erano tendenze diverse: i sacerdoti del Tempio erano vicini al re Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, che anni prima aveva compiuto un clamoroso eccidio di migliaia di farisei, ovvio quindi che tra sacerdoti e farisei non corresse buon sangue. Non mancavano mai occasioni di attrito tra questi elementi.

Eppure, questa volta, essi sono accomunati da un unico desiderio: uccidere Gesù! E’ da qualche tempo che lo seguono. Egli era continuamente seguito da emissari delle varie classi: da farisei, da dottori della Legge, da scribi, insomma per questo scopo erano tutti d’accordo, Gesù era l’unica personalità che non si era aggregata a nessun gruppo, era quindi senza l’appoggio di personaggi importanti, ma aveva dalla sua parte la gente semplice, infatti Luca ci dice che i capi dei sacerdoti: temevano il popolo (Lc. 22,2).

Il popolo, aveva riconosciuto in Lui una forte presenza di Javhè, non ne aveva ancora ben compreso la sostanza, ma avvertiva in Lui la santità. Non solo per i miracoli che compiva, ma soprattutto per la Sua sapienza. Egli parlava con autorità, non ripeteva quello che altri avevano scritto, ma diceva del suo. Il popolo, avvertiva in lui la possibilità di un cambiamento, perché non solo guariva il corpo dei malati, ma con il suo parlare risollevava i cuori, al solo udirlo ci si sentiva rinascere, ci si apriva ad una speranza per un mondo migliore.

 

Non è questa l’esperienza che oggi fanno milioni e milioni di cristiani? Non è l’esperienza che facciamo ogni volta al termine della Confessione?

Non sentiamo anche noi questa esigenza, questo senso di sollievo ogni volta che ci avviciniamo alla preghiera? Non sentiamo nuova forza ogni volta che leggiamo un passo delle Sacre Scritture o in un momento di silenzio dinanzi al Tabernacolo?

 

Dalla vita di San Paolo della Croce.

Fondatore dei Passionisti

Il Santo Evangelo dice che se il grano che si semina non muore, resta solo e non fa frutto; ma il povero grano che si semina per morire e far frutto, quante ne passa! E piogge e nevi e venti e sole, ecc. Così l’anima è un grano che Dio semina in questo gran campo della Chiesa, e per far frutto bisogna che muoia a furia di pene, di contraddizioni, di dolori, persecuzioni, ecc. Quando poi è morto a tutto in mezzo alle pene, fa frutto abbondante, tanto che è disposto ad essere macinato e ridotto in buona farina, per farsene un pane bianchissimo impastato col sangue dolcissimo dell’Agnello divino, acciò sia posto sopra la regia mensa del gran Re della gloria. Studiate un poco questo punto ai piedi del Crocifisso, perché contiene una grande scienza (lettera ad Agnese Grazi)

 

   

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