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comprendereDopo
l’arresto, Gesù è stato
condotto presso l’abitazione
del sommo sacerdote Caifa per
il primo interrogatorio,
questa casa tra l’altro si
trovava a circa 100 metri dal
luogo dove si era svolta
l’ultima cena. In questo
luogo era concesso
l’ingresso ai soli membri
del sinedrio, e in questo caso
per assistere al processo a
quel galileo cui si dava la
caccia da tre anni; la folla
invece che aveva partecipato
all’arresto nel Getzemani si
sistema al di fuori nel
cortile con l’attesa curiosa
di notizie di ciò che accade
dentro. Qui accendono un fuoco
per ricevere del calore nella
fredda notte della primavera
palestinese. Proprio qui,
vicino a questo fuoco,
ritroviamo Pietro.
Pietro
ha un temperamento focoso, è
un leader nato, potremmo dire
con termini di oggi che era un
piccolo imprenditore: non era
frequente al tempo di Gesù,
trovare uno che possedeva una
barca. Ma tante volte, agisce
su due piedi, senza pensarci
su, per poi finire in brutte
figure, come quando volle
camminare sull’acqua e poi
per poco non annegava; o
quando vorrebbe impedire a Gesù
di andare a Gerusalemme a
morire, per poi ricevere dal
Suo Maestro un duro: “Va
via da me, satana!”.
Anche in seguito, una volta
capo della Chiesa nascente,
viene dall’apostolo Paolo
ripreso perché proprio lui,
quello che guida la Chiesa, si
vergogna di farsi vedere
mangiare allo stesso tavolo
con dei pagani. Ma era stato
scelto da Gesù come capo
della Chiesa proprio per
questo temperamento focoso, di
quello che non si tira
indietro, qualità necessaria
in un leader che deve
sostenere e dare forza a un
gruppo, soprattutto quando il
Figlio dell’Uomo non ci
sarebbe stato più.
Questo
temperamento, spinge Pietro a
entrare addirittura nella casa
dove il Cristo è prigioniero,
e a sedersi con grande
coraggio, dopo che era
fuggito, proprio accanto a chi
ha partecipato alla cattura
del suo Gesù.
Ma
il suo dramma inizia quando è
riconosciuto. Una serva, che
forse era presente al momento
dell’arresto, oppure notando
che Pietro è silenzioso, di
aspetto preoccupato rispetto
agli altri che ridono e si
raccontano la riuscita
dell’operazione, fissa
Pietro, lo osserva con
attenzione, e di improvviso lo
accusa di fronte a tutti: “Anche
tu eri col Nazareno, Gesù!”.
Immaginiamo
che le voci e le risate
saranno taciute
d’improvviso, sarà seguito
un lungo momento di silenzio,
tutti avranno volto lo sguardo
verso quel galileo che la
serva indica con un dito.
E
Pietro, ormai in primo piano
contro ogni previsione,
imbarazzato e alzandosi le
dice che si sbaglia e va via,
mentre un gallo canta.
Ma
la donna non si rassegna, è
certa che quello è un seguace
del galileo, così lo insegue
e la scena si ripete. Questa
volta però lei non lo accusa
direttamente, ma si rivolge
alla gente dicendo: “Costui
è uno di loro!”. Pietro di nuovo le risponde che si sbaglia, ma proprio il suo parlare lo
tradisce. La folla sente quel
dialetto che non è tipico di
quella regione, come noi
subito sapremmo distinguere un
toscano da un romano, da un
napoletano o da un milanese.
E
così Pietro, proprio nel
perdere il controllo, nel
giustificarsi, rompe i limiti
della prudenza e viene da
tutti scoperto, e gli dicono:
“Devi
essere uno di loro, il tuo
parlare tradisce che sei un
galileo!”.
Pietro ormai ha perso ogni
controllo, arriva a imprecare,
urlare, addirittura giurare
che non conosce quell’uomo.
Quell’uomo…. ormai per lui
Gesù non è più il Messia,
il Cristo, ma è “Quell’uomo”
e il gallo che con il suo
secondo canto accompagna la
fuga di Pietro, chiude
definitivamente il dramma.
Ma
ecco il colpo di scena, Pietro
ricorda l’avviso del
Maestro: “Prima
che il gallo canti due volte
mi rinnegherai tre volte”
e prima ancora gli aveva
detto: “Io
ho pregato per te, che non
venga meno la tua fede; e tu,
una volta ravveduto, conferma
i tuoi fratelli”.
Così le lacrime arrivano come
le acque del mare che
puliscono lo scoglio e il
pentimento porta Pietro non a
suicidarsi come Giuda, ma a
riunirsi con la sua Chiesa,
con gli altri apostoli.
Per
meditare
Pietro se ne stava giù nel cortile
Povero
Pietro, ha avuto più coraggio
degli altri suoi compagni,
entrare proprio nella tana del
lupo e ora tocca il fondo
della sua vita. Chissà quali
i motivi che l’avevano
trascinato a spingersi proprio
fin lì. Però, fatto questo,
non riesce ad andare più in là.
Ricorda un po’ i nostri modi
di fare: siamo spinti in certe
occasioni a fare del bene, però
poi non riusciamo ad andare
oltre, cioè a coinvolgere la
nostra stessa persona. Come se
ci fosse un limite oltre il
quale vi è un vuoto in cui
non vogliamo rischiare di
addentrarci.
Pietro
decide di seguire il Maestro,
che un giorno gli aveva detto:
seguimi
e ti farò pescatore di uomini;
ma il suo è stato fino ad ora
un seguire solo nel corpo, non
è ancora pronto a seguirlo
nello spirito.
Il
cuore di Pietro non è ancora
pronto a seguire il maestro
fin dentro il sinedrio, luogo
in cui si materializza il
rischio della propria persona,
si limita così a stargli
vicino solo per la comunanza
dello stesso luogo.
Lo
dimostrano le tre bugie
consecutive, la sua azione
rivela il pensiero: sono qui
da solo, nessuno di chi mi
conosce può sentirmi, che
male c'è a mentire, che
cambierebbe affermare di
conoscere quell’uomo?
Così
è l’uomo chiuso in se
stesso, senza l’appoggio di
Gesù, senza l’aiuto di una
comunità, Pietro lì solo tra
la folla è il tralcio
separato dalla vite, l’arto
separato dal capo e dal corpo,
e diventa così
inevitabile
la conseguenza di pensare a se
stesso.
Quanto
assomiglia alla nostra società,
dove l’incedere frettoloso
del tempo, il moltiplicarsi di
attività,
d’impegni, di lavori,
isolano l’uomo in un’accentrazione
dell’io, dove Gesù e dove
l’altro sono solo un impegno
in più.
Anche
noi seguiamo Gesù e il
bisognoso, che rappresenta Gesù,
solo fino a giù
nel cortile,
tra folla, serve e galli.
Pietro,
ci racconta l’Evangelista
Luca, è scosso dal Signore
che passò di lì tra le
guardie, e voltandosi lo guardò.
Da questo sguardo, congiunto
al realizzarsi della profezia
del canto di un gallo, rinasce
l’apostolo, il Capo della
Chiesa. Muore il vecchio uomo
e nasce la Pietra su cui si
fonderà la Chiesa, pietra
lavata dalle lacrime
dell’Apostolo.
Beato
l’uomo a cui è rimessa la
colpa,
e
perdonato il peccato.
Beato
l’uomo a cui Dio non imputa
alcun male
e
nel cui spirito non è
inganno.
Tacevo
e si logoravano le mie ossa,
mentre
gemevo tutto il giorno.
Giorno
e notte pesava su di me la tua
mano,
come
per arsura d’estate
inaridiva il mio vigore.
Ti
ho manifestato il mio peccato,
non
ho nascosto il mio errore.
Ho
detto: “Confesserò al
Signore le mie colpe”.
E
tu hai rimesso la malizia del
mio peccato.
(Salmo
31,1-5)
Solleviamo
i nostri occhi a Gesù che
passa, ieri prigioniero dei
soldati, oggi prigioniero del
Suo amore, ieri benevolo verso
l’Apostolo che l’aveva
appena rinnegato, oggi in
attesa di svuotare il Suo
Cuore dell’eccesso di bontà,
per rialzarci dalle nostre
cadute.
Solleviamo
i nostri occhi, e riceviamo la
pace per il peccato perdonato.
Dalla
vita di San Paolo della Croce.
Fondatore dei Passionisti
“Calpesta questo Cristo!”
La carità con cui accoglieva le anime che
ritornavano pentire a Dio era
davvero grande.
Difficilmente derogava a questa regola;
solo in caso estremo usava
severità, quando capiva
ch’era l’ultimo
espediente a disposizione per espugnare i
renitenti alla grazia divina.
Terminata la missione di Bieda, ritornando
al convento di Vetralla
incontrò un uomo che
bestemmiava. Acceso di santo
zelo, estrasse il crocifisso e
presentandolo al bestemmiatore
gli disse forte:
-“Vedi un po’ se ti dà l’animo di calpestare questo
Cristo! Animo, mettilo sotto i
piedi!”.
Confuso, il bestemmiatore si buttò in
ginocchio dicendo:
-“Perdono, Padre, perdono!”.
Piangeva. Paolo continuò:
-“Se, dunque, non ti dà l’animo di porti questo
Crocifisso sotto dei piedi,
perché lo bestemmi?”.
E proseguì il suo viaggio, lasciando il
bestemmiatore pentito,
inginocchiato in mezzo alla
strada.
(Tratto
da “Come visse San Paolo
della Croce” di P.
Cristoforo Chiari C.P.)
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