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Fin dai tempi più antichi l’uomo ha
ricercato il volto di Dio e tante
sono le testimonianze di questa
ricerca, dalla letteratura
all’arte figurativa, interessando
le culture più diverse.
Nell’Antico Testamento diversi sono i
riferimenti al volto di Dio, al
desiderio di entrare in relazione
con il divino, conoscendone
l’immagine. Si guardi, ad esempio,
l’esperienza di Mosè che emanava
raggi di luce dal viso perché
parlava con Dio faccia a faccia‚
«come un uomo parla con il suo
amico» (Es 33, 11).
Molte di più sono le testimonianze di
coloro che hanno riconosciuto nel
volto di Gesù di Nazareth il volto
di Dio. L’apostolo Filippo,
durante l’ultima cena, avanza a
Gesù una richiesta: «Mostraci il
Padre e ci basta» e Cristo
risponde: «Da tanto tempo sono con
voi e non mi hai conosciuto,
Filippo? Chi ha visto me, ha visto
il Padre» (Gv 14, 9).
Le comunità apostoliche, che vivevano nell’attesa
della seconda venuta di Cristo, non
sentivano l’esigenza di conservare
immagini, o ritratti di Gesù, anche
in sintonia con la tradizione
aniconica mosaica che vietava agli
ebrei di fabbricare immagini e di
adorarle (Esodo,
XX,3-5).
Col passare del tempo (risale al IV
secolo il passaggio da
rappresentazioni allegoriche di
Cristo, a raffigurazioni esplicite:
es. Cristo insegna agli apostoli,
catacomba di Domitilla) e
l’allontanamento del termine degli
avvenimenti escatologici, si iniziò
a sentire la necessità di immagini
che ricordassero l’aspetto del
fondatore del cristianesimo; questa
necessità venne incentivata dalla
conversione alla nuova religione di
popoli pagani e dalla morte di
coloro che furono i suoi testimoni
oculari.
Si svilupparono, quindi,
immagini di Cristo e con esse
anche leggende sulla sua vita
terrena, della quale i soli Vangeli
canonici non davano sufficiente
risposta alla curiosità popolare.
Nelle prime rappresentazioni di Cristo
poco importava ricercare il suo vero
aspetto, il suo vero volto‚ le sue
reali sembianze‚ ciò che si
riteneva peculiare era individuare
nelle rappresentazioni di
quell’uomo, l’immagine del
fondatore del cristianesimo: chi
egli fosse era più importante di
quale aspetto avesse. Si decise,
quindi, di ricorrere a tipi
iconografici già esistenti come
quelli del filosofo o del mago.
Problemi nacquero quando ci si interrogò sulla doppia
natura del Cristo il quale è vero
Dio e vero Uomo, quindi non un uomo
qualunque‚ ma l’incarnazione del
logos
di Dio di cui Maria Vergine si fa
garante. Andò così nascendo un
nuovo modo d’affrontare la
rappresentazione di Dio, si richiese
un balzo dall’invisibilità divina
dell’Antico Testamento
all’incarnazione del Nuovo. Il
rapporto tra la natura umana e
divina di Cristo segnava la nascita
di una dicotomia teologica
dove, da una parte, si
vietava la rappresentazione del
Figlio di Dio poiché la natura
umana era trascesa e, quindi, anche
la rappresentazione in
corpore non era concessa; mentre, d’altro canto, la
rappresentazione del vero Dio e vero
Uomo era legittimata
dall’incarnazione e da scopi
didascalico-educativi (vicende
iconoclaste dal 726 al 842).
Va segnalato, agli inizi della
rappresentazione cristiana, un
legame evidente con i modi di
rappresentazione e le forme
espressive del contemporaneo mondo
pagano, le cui iconografie a volte
trasmigrano in ambito cristiano
caricandosi si nuovi significati (Ad
esempio il tema evangelico del Buon
Pastore poté essere rappresentato
come Ermes).
Tra il III e IV secolo si determinarono due tipologie
iconografiche di Cristo dai tratti
completamente differenti: l’una di
Cristo giovane, l’altra di Cristo
maturo.
Nel corso dei V e VI secolo prevalse il secondo tipo
iconografico di matrice
greco-romana, che divenne
l’immagine canonica della
raffigurazione di Cristo: un uomo
dai tratti regolari,
dall’espressione calma e soave;
con i lunghi capelli cadenti sulle
spalle, divisi al centro, secondo
l’uso dei nazareni, e la barba
bipartita. Se da una parte si
riconosce l’affinità con i
modelli delle divinità pagane,
dall’altra si riscontra
l’analogia con il modello di
filosofi carismatici la quale barba
lunga era un segno di saggezza.
Affidarsi a modelli già noti era
utile per fornire immediatamente al
fruitore l’idea di
essere in relazione con un
personaggio di rilievo.
Quando
comparvero le immagini dette acheropite
(non fatte da mano d’uomo) che
mostravano le sembianze reali di
Cristo‚ esse si inserirono nella
devozione culturale‚ sorrette da
leggende e storie che ne
legittimavano l’autenticità.Il
concetto di acheropita contiene in sé
l’idea di un ritratto e, al
contempo, esso sorpassa l’ambito
puramente rappresentativo‚
infatti, l’acheropita, diviene
vera e propria reliquia‚
allorquando alla formazione
dell’immagine è legato un fatto
miracoloso che la pone in diretto
contatto col corpo di
Cristo.Acheropita è considerato
tradizionalmente anche il Volto
Santo di Manoppello. Infatti, il
Volto Santo di Manoppello, che
rappresenta il volto di Cristo
isolato e vivo, sofferente e
riconoscente, è considerato una
reliquia in quanto la sua origine è
fatta risalire ad un contatto
diretto con il viso di Cristo. Il
Volto Santo si trova a Manoppello-
un paese in provincia di Pescara- da
quattro secoli e dal 1638 è
custodito presso il convento dei
frati minori cappuccini.
LA RELATIONE HISTORICA
Testo
di fondamentale importanza per la
conoscenza del Volto di Manoppello
è la Relatione
Historica
di Donato da Bomba frate cappuccino,
redatta tra il 1640 e il 1645 per
fissare per iscritto ciò che fino a
quel momento la popolazione aveva
tramandato solo oralmente. Egli
colloca le vicende del Volto a
Manoppello nel 1506. In essa si
legge che un abitante di Manoppello,
Giacomo Antonio Leonelli, venne
avvicinato da uno sconosciuto
pellegrino, che lo invitò ad
entrare nella chiesa di San Nicola
di Bari. Entrati che furono il
misterioso pellegrino donò al
dottore un fardelletto e, gli disse
che si tenesse molto cara quella
devozione, perché Dio gli avrebbe
fatto molti favori. Giacom’Antonio
Leonelli, aprendo il «fardelletto»,
rimase sorpreso nell’ammirare quel
volto di Cristo Signore e, volendo
ringraziare il pellegrino di tale
dono, si voltò, ma non lo vide più.
Dopo esser stato custodito per circa
un secolo dalla famiglia Leonelli,
il santo velo nel 1608 fu preso con
la forza da Pancrazio Petrucci, un
soldato che aveva sposato una
discendente del dottor Leonelli. Per
esser poi venduto, nel 1618, al
dottor Donato
Antonio De Fabritiis.
Nel 1638 il dottor Donato Antonio De
Fabritiis donò il Volto Santo ai
frati cappuccini i quali continuano
a custodirlo tuttora.
IPOTESI SULL’ORIGINE DEL VELO
Varie
ipotesi sono state avanzate
sull’origine del velo; il
professor Heinrich Pfeiffer sostiene
che il Volto Santo di Manoppello
possa essere la Veronica romana che
in tutto il medioevo fu conservata
in Vaticano. Egli ha individuato
delle similitudini tra i due veli e
le loro vicende storiche. Se ciò
venisse confermato, l’immagine di
Manoppello sarebbe la più antica e
importante reliquia della storia del
cristianesimo.
LA
COLLOCAZIONE DEL VOLTO SANTO: LA
CHIESA DI MANOPPELLO
Il
Santuario del Volto Santo sorge sul
colle Tarigni, una delle ultime
propaggini della Majella.
Il
Volto Santo è collocato in un
ostensorio su un trono marmoreo che
poggia sull’altare maggiore
all’interno del presbiterio, che
ne forma la cappella. Nel 2006 in
occasione del cinquecentenario della
presenza del Volto Santo a
Manoppello e in seguito alla visita
di Sua Santità Benedetto XVI, il
santuario di Manoppello è stato
insignito del titolo di basilica
minore.
Il
Volto Santo è custodito in un
ostensorio il quale misura
complessivamente 97 cm di altezza e
34 cm di larghezza, mentre la luce
della cornice è di 24x17,5 cm.
Si
è davanti ad un rettangolo di
stoffa, di 24 cm di altezza x 17,5
di base, probabilmente di bisso
marino, sul quale è raffigurato un
volto.
La
trama è alquanto larga ed esile, ma
la figura è unita e chiara;
l'immagine è trasparente, tanto che
se si mette un giornale dietro il
volto, si può leggere perfettamente
anche ad una certa distanza.
Il
Volto Santo di Manoppello presenta:
i capelli lunghi e ondulati, divisi
nel centro che scendono sulle
spalle, fino a dividersi in più
ciocche, un ciuffo nel centro della
fronte, la barba non folta, quasi
strappata e bipartita.
La
fronte è ampia, le sopracciglia
sono sottili e simmetriche; gli
occhi aperti fissano l'osservatore,
anche se, per questa posizione, è
innaturale la presenza del bianco
delle orbite sotto le pupille; le
ciglia sono appena percepibili, il
naso è allungato e leggermente
deformato, con le narici
asimmetriche. I baffi sono molto
radi e il mento non presenta peluria
ben visibile. La bocca, piccola, con
labbra tumide e semiaperte, mostra
la dentatura superiore; quella
inferiore, invece, è accennata solo
da lievi punti luce. I denti sono
ben visibili e leggermente
distanziati tra loro; le orecchie
non sono visibili, come neanche il
collo.
Il
volto riempie interamente la
campitura del velo, lo sfondo è
minimo e, lì dove è visibile, non
presenta decorazioni o altre
raffigurazioni; la parte destra del
volto appare gonfia e più
tondeggiante rispetto alla sinistra.
Si
individua una certa realisticità
nella rappresentazione ed una
profondità creata dalle poche zone
di ombra sotto il naso e il labbro
inferiore, dagli occhi e dalla bocca
semiaperta; non essendo presenti
molte ombre diventa difficile
identificare con esattezza la fonte
di luce e la sua direzione.
Sono
presenti macchie più scure in
alcune zone circoscritte come: il
setto nasale, la guancia destra e la
zona sinistra della fronte.
Le
macchie brunastre, che sembrano
sangue molto vecchio, contengono nel
mezzo un piccolo buco, esse non
seguono la forma plastica del volto
e sono disposte bidimensionalmente,
sovrapposte al telo.
La
cromaticità del velo non è vivace;
i colori rientrano nella gamma del
marrone del rosso e del rosa,
alternandosi fra le tonalità umbra,
Siena, argento, ardesia, rame,
bronzo e oro. La trasparenza
dell’immagine concede di
valorizzare le qualità materiche
della superficie in tessuto. I due
versi dell’immagine non sono
completamente sovrapponibili, ma
anche il ciuffo di capelli sulla
fronte ed alcune macchie
differiscono.Nel Volto Santo di
Manoppello si percepisce l’unità
di due aspetti fondamentali di
Cristo: Passus
et Glorificatus.
Infatti l’immagine, mentre
richiama alla storicità della
Passione per la presenza di
tumefazioni, di ferite e del setto
nasale rotto, rimanda anche alla
storicità della Resurrezione,
essendo Cristo rappresentato come
uomo vivo e non presentando la
corona di spine.
Verosimilmente
il
Volto Santo è costituito da bisso
marino, un filato ottenuto dalla
lavorazione della
Pinna nobilis, un mollusco alla cui
conchiglia è attaccata una
“barba” da cui si ricava la
cosiddetta seta del mare il bisso
marino.
Gli
studi scientifici svolti fino ad ora
sul Velo non hanno dato importanti
risposte sulla tecnica di
realizzazione.
IL
VOLTO SANTO DI MANOPPELLO E LA
SINDONE TORINESE
Esaminando il Volto Santo e la sacra Sindone, sia in
originale che in foto,
non sono subitamente
osservabili notevoli somiglianze. La
sacra Sindone di Torino si prospetta
come un'immagine completamente priva
di contorni lineari, mentre il velo
del Volto Santo mostra un'immagine
nitida equiparabile ad una
fotografia dai colori forti e dai
contorni precisi.
Ad uno studio più attento diviene ben visibile la congruità delle due
immagini che risultano completamente
sovrapponibili in scala 1:1. L’iconografa
sr. Blandina Pascalis Schlömer ha mostrato tale sovrapponibilità
individuato dei punti di congruenza
tra il Volto Santo di Manoppello e
la Sindone di Torino (caverna
oculare sinistra; caverna oculare
destra, colatura probabilmente di
materia ematica confinata
nell’ambito dell’iris; zona
destra del setto nasale, parte alta;
area labiale: piccolo cerchio sul
labbro superiore del volto della
Sindone, identificato nel Volto
Santo come una piccola macchia scura
sul labbro superiore; linea scura
visibile sul lato esterno del rivolo
di sangue presente sulla fronte del
volto della Sindone, riconoscibile
nel Volto Santo solo su foto ricche
di contrasto; narice sinistra; linea
della narice nasale
destra del Velo che coincide
perfettamente con quella della
Sindone).
Anche la larghezza e l’altezza del volto sono analoghe.
CONCLUSIONE
Ancora molti sono gli studi da fare sul Volto Santo, ancora
molti i dubbi: come l’immagine è
stata impressa su questo telo? Come
è giunta fino a Manoppello? È
realmente la Veronica lateranense?
Come si spiega la sovrapposizione
perfetta alla Sindone? Siamo dianzi
al sudario di Cristo, piccolo telo
testimone di un grande mistero?
Forse non si troveranno mai risposte
sufficienti a questi interrogativi
o, semplicemente, dovremo aspettare
ancora. Certo è che stare dinanzi
al Volto Santo di Manoppello, è
stare dinanzi al Volto Santo di Gesù,
un Volto che racchiude in sé il
mistero di ogni volto, il Volto a
cui somiglianza siamo stati creati,
il Volto che porta in sé il segno
del prezzo d’AMORE pagato per noi,
il Volto che è la testimonianza
della misericordia di un Dio morto e
risorto per noi.
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