«IL TUO VOLTO SIGNORE IO CERCO‚ 

NON NASCONDERMI IL TUO VOLTO»

 

di Mariachiara Marrone

Guardiagriele (Chieti)

 

Fin dai tempi più antichi l’uomo ha ricercato il volto di Dio e tante sono le testimonianze di questa ricerca, dalla letteratura all’arte figurativa, interessando le culture più diverse.

Nell’Antico Testamento diversi sono i riferimenti al volto di Dio, al desiderio di entrare in relazione con il divino, conoscendone l’immagine. Si guardi, ad esempio, l’esperienza di Mosè che emanava raggi di luce dal viso perché parlava con Dio faccia a faccia‚ «come un uomo parla con il suo amico» (Es 33, 11).

Molte di più sono le testimonianze di coloro che hanno riconosciuto nel volto di Gesù di Nazareth il volto di Dio. L’apostolo Filippo, durante l’ultima cena, avanza a Gesù una richiesta: «Mostraci il Padre e ci basta» e Cristo risponde: «Da tanto tempo sono con voi e non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14, 9).

Le comunità apostoliche, che vivevano nell’attesa della seconda venuta di Cristo, non sentivano l’esigenza di conservare immagini, o ritratti di Gesù, anche in sintonia con la tradizione aniconica mosaica che vietava agli ebrei di fabbricare immagini e di adorarle (Esodo, XX,3-5).

Col passare del tempo (risale al IV secolo il passaggio da rappresentazioni allegoriche di Cristo, a raffigurazioni esplicite: es. Cristo insegna agli apostoli, catacomba di Domitilla) e l’allontanamento del termine degli avvenimenti escatologici, si iniziò a sentire la necessità di immagini che ricordassero l’aspetto del fondatore del cristianesimo; questa necessità venne incentivata dalla conversione alla nuova religione di popoli pagani e dalla morte di coloro che furono i suoi testimoni oculari.

Si svilupparono, quindi,  immagini di Cristo e con esse anche leggende sulla sua vita terrena, della quale i soli Vangeli canonici non davano sufficiente risposta alla curiosità popolare.

Nelle prime rappresentazioni di Cristo poco importava ricercare il suo vero aspetto, il suo vero volto‚ le sue reali sembianze‚ ciò che si riteneva peculiare era individuare nelle rappresentazioni di quell’uomo, l’immagine del fondatore del cristianesimo: chi egli fosse era più importante di quale aspetto avesse. Si decise, quindi, di ricorrere a tipi iconografici già esistenti come quelli del filosofo o del mago.

Problemi nacquero quando ci si interrogò sulla doppia natura del Cristo il quale è vero Dio e vero Uomo, quindi non un uomo qualunque‚ ma l’incarnazione del logos di Dio di cui Maria Vergine si fa garante. Andò così nascendo un nuovo modo d’affrontare la rappresentazione di Dio, si richiese un balzo dall’invisibilità divina dell’Antico Testamento all’incarnazione del Nuovo. Il rapporto tra la natura umana e divina di Cristo segnava la nascita di una dicotomia teologica  dove, da una parte, si vietava la rappresentazione del Figlio di Dio poiché la natura umana era trascesa e, quindi, anche la rappresentazione in corpore non era concessa; mentre, d’altro canto, la rappresentazione del vero Dio e vero Uomo era legittimata dall’incarnazione e da scopi didascalico-educativi (vicende iconoclaste dal 726 al 842).

Va segnalato, agli inizi della rappresentazione cristiana, un legame evidente con i modi di rappresentazione e le forme espressive del contemporaneo mondo pagano, le cui iconografie a volte trasmigrano in ambito cristiano caricandosi si nuovi significati (Ad esempio il tema evangelico del Buon Pastore poté essere rappresentato come Ermes).

Tra il III e IV secolo si determinarono due tipologie iconografiche di Cristo dai tratti completamente differenti: l’una di Cristo giovane, l’altra di Cristo maturo.

Nel corso dei V e VI secolo prevalse il secondo tipo iconografico di matrice greco-romana, che divenne l’immagine canonica della raffigurazione di Cristo: un uomo  dai tratti regolari, dall’espressione calma e soave; con i lunghi capelli cadenti sulle spalle, divisi al centro, secondo l’uso dei nazareni, e la barba bipartita. Se da una parte si riconosce l’affinità con i modelli delle divinità pagane, dall’altra si riscontra l’analogia con il modello di filosofi carismatici la quale barba lunga era un segno di saggezza. Affidarsi a modelli già noti era utile per fornire immediatamente al  fruitore l’idea di essere in relazione con un personaggio di rilievo.

Quando comparvero le immagini dette acheropite (non fatte da mano d’uomo) che mostravano le sembianze reali di Cristo‚ esse si inserirono nella devozione culturale‚ sorrette da leggende e storie che ne legittimavano l’autenticità.Il concetto di acheropita contiene in sé l’idea di un ritratto e, al contempo, esso sorpassa l’ambito puramente rappresentativo‚ infatti, l’acheropita, diviene vera e propria reliquia‚ allorquando alla formazione dell’immagine è legato un fatto miracoloso che la pone in diretto contatto col corpo di Cristo.Acheropita è considerato tradizionalmente anche il Volto Santo di Manoppello. Infatti, il Volto Santo di Manoppello, che rappresenta il volto di Cristo isolato e vivo, sofferente e riconoscente, è considerato una reliquia in quanto la sua origine è fatta risalire ad un contatto diretto con il viso di Cristo. Il Volto Santo si trova a Manoppello- un paese in provincia di Pescara- da quattro secoli e dal 1638 è custodito presso il convento dei frati minori cappuccini.

LA RELATIONE HISTORICA

Testo di fondamentale importanza per la conoscenza del Volto di Manoppello è la Relatione Historica di Donato da Bomba frate cappuccino, redatta tra il 1640 e il 1645 per fissare per iscritto ciò che fino a quel momento la popolazione aveva tramandato solo oralmente. Egli colloca le vicende del Volto a Manoppello nel 1506. In essa si legge che un abitante di Manoppello, Giacomo Antonio Leonelli, venne avvicinato da uno sconosciuto pellegrino, che lo invitò ad entrare nella chiesa di San Nicola di Bari. Entrati che furono il misterioso pellegrino donò al dottore un fardelletto e, gli disse che si tenesse molto cara quella devozione, perché Dio gli avrebbe fatto molti favori. Giacom’Antonio Leonelli, aprendo il «fardelletto», rimase sorpreso nell’ammirare quel volto di Cristo Signore e, volendo ringraziare il pellegrino di tale dono, si voltò, ma non lo vide più. Dopo esser stato custodito per circa un secolo dalla famiglia Leonelli, il santo velo nel 1608 fu preso con la forza da Pancrazio Petrucci, un soldato che aveva sposato una discendente del dottor Leonelli. Per esser poi venduto, nel 1618, al dottor Donato Antonio De Fabritiis. Nel 1638 il dottor Donato Antonio De Fabritiis donò il Volto Santo ai frati cappuccini i quali continuano a custodirlo tuttora.

IPOTESI SULL’ORIGINE DEL VELO

Varie ipotesi sono state avanzate sull’origine del velo; il professor Heinrich Pfeiffer sostiene che il Volto Santo di Manoppello possa essere la Veronica romana che in tutto il medioevo fu conservata in Vaticano. Egli ha individuato delle similitudini tra i due veli e le loro vicende storiche. Se ciò venisse confermato, l’immagine di Manoppello sarebbe la più antica e importante reliquia della storia del cristianesimo.

 

LA COLLOCAZIONE DEL VOLTO SANTO: LA CHIESA DI MANOPPELLO

Il Santuario del Volto Santo sorge sul colle Tarigni, una delle ultime propaggini della Majella.

Il Volto Santo è collocato in un ostensorio su un trono marmoreo che poggia sull’altare maggiore all’interno del presbiterio, che ne forma la cappella. Nel 2006 in occasione del cinquecentenario della presenza del Volto Santo a Manoppello e in seguito alla visita di Sua Santità Benedetto XVI, il santuario di Manoppello è stato insignito del titolo di basilica minore.

Il Volto Santo è custodito in un ostensorio il quale misura complessivamente 97 cm di altezza e 34 cm di larghezza, mentre la luce della cornice è di 24x17,5 cm.

Si è davanti ad un rettangolo di stoffa, di 24 cm di altezza x 17,5 di base, probabilmente di bisso marino, sul quale è raffigurato un volto.

La trama è alquanto larga ed esile, ma la figura è unita e chiara; l'immagine è trasparente, tanto che se si mette un giornale dietro il volto, si può leggere perfettamente anche ad una certa distanza.

Il Volto Santo di Manoppello presenta: i capelli lunghi e ondulati, divisi nel centro che scendono sulle spalle, fino a dividersi in più ciocche, un ciuffo nel centro della fronte, la barba non folta, quasi strappata e bipartita.

La fronte è ampia, le sopracciglia sono sottili e simmetriche; gli occhi aperti fissano l'osservatore, anche se, per questa posizione, è innaturale la presenza del bianco delle orbite sotto le pupille; le ciglia sono appena percepibili, il naso è allungato e leggermente deformato, con le narici asimmetriche. I baffi sono molto radi e il mento non presenta peluria ben visibile. La bocca, piccola, con labbra tumide e semiaperte, mostra la dentatura superiore; quella inferiore, invece, è accennata solo da lievi punti luce. I denti sono ben visibili e leggermente distanziati tra loro; le orecchie non sono visibili, come neanche il collo.

Il volto riempie interamente la campitura del velo, lo sfondo è minimo e, lì dove è visibile, non presenta decorazioni o altre raffigurazioni; la parte destra del volto appare gonfia e più tondeggiante rispetto alla sinistra.

Si individua una certa realisticità nella rappresentazione ed una profondità creata dalle poche zone di ombra sotto il naso e il labbro inferiore, dagli occhi e dalla bocca semiaperta; non essendo presenti molte ombre diventa difficile identificare con esattezza la fonte di luce e la sua direzione.

Sono presenti macchie più scure in alcune zone circoscritte come: il setto nasale, la guancia destra e la zona sinistra della fronte.

Le macchie brunastre, che sembrano sangue molto vecchio, contengono nel mezzo un piccolo buco, esse non seguono la forma plastica del volto e sono disposte bidimensionalmente, sovrapposte al telo.

La cromaticità del velo non è vivace; i colori rientrano nella gamma del marrone del rosso e del rosa, alternandosi fra le tonalità umbra, Siena, argento, ardesia, rame, bronzo e oro. La trasparenza dell’immagine concede di valorizzare le qualità materiche della superficie in tessuto. I due versi dell’immagine non sono completamente sovrapponibili, ma anche il ciuffo di capelli sulla fronte ed alcune macchie differiscono.Nel Volto Santo di Manoppello si percepisce l’unità di due aspetti fondamentali di Cristo: Passus et Glorificatus. Infatti l’immagine, mentre richiama alla storicità della Passione per la presenza di tumefazioni, di ferite e del setto nasale rotto, rimanda anche alla storicità della Resurrezione, essendo Cristo rappresentato come uomo vivo e non presentando la corona di spine.

Verosimilmente il Volto Santo è costituito da bisso marino, un filato ottenuto dalla lavorazione della Pinna nobilis, un mollusco alla cui conchiglia è attaccata una “barba” da cui si ricava la cosiddetta seta del mare il bisso marino.

Gli studi scientifici svolti fino ad ora sul Velo non hanno dato importanti risposte sulla tecnica di realizzazione.

 

IL VOLTO SANTO DI MANOPPELLO E LA SINDONE TORINESE

Esaminando il Volto Santo e la sacra Sindone, sia in originale che in foto,  non sono subitamente osservabili notevoli somiglianze. La sacra Sindone di Torino si prospetta come un'immagine completamente priva di contorni lineari, mentre il velo del Volto Santo mostra un'immagine nitida equiparabile ad una fotografia dai colori forti e dai contorni precisi.

Ad uno studio più attento diviene ben visibile la congruità delle due immagini che risultano completamente sovrapponibili in scala 1:1. L’iconografa sr. Blandina Pascalis Schlömer ha mostrato tale sovrapponibilità individuato dei punti di congruenza tra il Volto Santo di Manoppello e la Sindone di Torino (caverna oculare sinistra; caverna oculare destra, colatura probabilmente di materia ematica confinata nell’ambito dell’iris; zona destra del setto nasale, parte alta; area labiale: piccolo cerchio sul labbro superiore del volto della Sindone, identificato nel Volto Santo come una piccola macchia scura sul labbro superiore; linea scura visibile sul lato esterno del rivolo di sangue presente sulla fronte del volto della Sindone, riconoscibile nel Volto Santo solo su foto ricche di contrasto; narice sinistra; linea della narice nasale destra del Velo che coincide perfettamente con quella della Sindone).

Anche la larghezza e l’altezza del volto sono analoghe.

 

CONCLUSIONE

Ancora molti sono gli studi da fare sul Volto Santo, ancora molti i dubbi: come l’immagine è stata impressa su questo telo? Come è giunta fino a Manoppello? È realmente la Veronica lateranense? Come si spiega la sovrapposizione perfetta alla Sindone? Siamo dianzi al sudario di Cristo, piccolo telo testimone di un grande mistero?

Forse non si troveranno mai risposte sufficienti a questi interrogativi o, semplicemente, dovremo aspettare ancora. Certo è che stare dinanzi al Volto Santo di Manoppello, è stare dinanzi al Volto Santo di Gesù, un Volto che racchiude in sé il mistero di ogni volto, il Volto a cui somiglianza siamo stati creati, il Volto che porta in sé il segno del prezzo d’AMORE pagato per noi, il Volto che è la testimonianza della misericordia di un Dio morto e risorto per noi.

 

 

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