L’EUTANASIA

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Il termine eutanasia viene dalla lingua greca e significa “buona morte”. Morte offerta su richiesta cosciente dell’ammalato terminale o di un suo familiare diretto, attraverso una iniezione letale che uccide senza far soffrire.

In diversi paesi del nord Europa, l’eutanasia è entrata nella legislazione come “diritto del paziente” a farla finita della sua malattia che non ha più possibilità di essere curata dalla medicina tradizionale. In altri paesi europei come l’Italia, questa “tecnica” fa un po’ di difficoltà ad essere accettata. Ma il problema esiste, perché si cerca con molti sotterfugi e mezze verità di renderla efficace anche da noi.

Questo, nella società in cui viviamo pone a rischio i valori fondamentali alla vita umana.

Ma il cambiamento in atto della nostra cultura, verso stereotipi di vita improntati sulla libertà assoluta dell’individuo, influisce a considerare la morte e la sofferenza in qualcosa di estremamente negativo. Oggi la medicina ha sviluppato capacità di guarire malattie gravissime e di prolungare la vita a pazienti affetti da patologie croniche invalidanti, anche a rischio di arrecare loro sofferenze inutili.

In fin dei conti questo procurare la morte per pura pietà è fatto nel tentativo di sorvolare problemi di carattere morale. I  valori della persona umana sono fondamentali in ogni tempo della storia oppure siamo arrivati ad un momento in cui il male è diventato un bene? Un crimine contro la vita è un crimine contro l’umanità!

Lapidariamente, le suppliche dei malati terminali o gravemente disabili che invocano la morte, non sono la volontà di eutanasia, ma richieste di aiuto e di affetto.

Nella dottrina cristiana, il dolore, ha un ruolo di prestigio, perché prende un significato assoluto nel Piano Salvifico di Dio, come partecipazione alla Passione del Cristo e di conseguenza anche alla Sua Resurrezione.

Voglio ricordare una dichiarazione di Pio XII, la quale conserva tutt’ora la sua validità, ad un gruppo di medici che gli avevano sottoposto la seguente domanda:”la soppressione del dolore e della coscienza per mezzo di narcotici…è permessa dalla religione e dalla morale al medico e al paziente, anche all’avvicinarsi della morte e se si prevede che l’uso dei narcotici abbrevia la vita? Il Papa rispose: ”Se non esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, ciò non impedisce l’adempimento di altri doveri religiosi e morali: Si”. (Pio XII, Allocutivo, die 24 feb. 1957: AAD 49 (1975) 147).

Il valore della vita umana è il fondamento di tutti i beni, nessuno può disporne a suo piacimento, perché la vita ha un carattere sacro, un dono che deriva direttamente da Dio. Farlo significa violare un diritto fondamentale, inalienabile, un crimine di estrema gravità.

La morte volontaria è considerata dalla Chiesa come un suicidio, pari all’omicidio. Tale atto sta a significare il disprezzo e il rifiuto della Sovranità di Dio che ha un Suo Disegno d’Amore per ogni uomo che viene al mondo. E’ un disprezzo anche verso se stessi, verso la giustizia, verso la carità e la società intera.

Ognuno di noi ha il dovere di accettare la vita e di custodirla inserita nel Mistero di Dio che ci vuole tutti Santi, affinché possiamo portare i nostri frutti d’amore ai nostri fratelli e un giorno li porteremo con noi nella vita eterna.

La morte porrà fine alla nostra esistenza su questa terra solo quando il Signore nella Sua Sapienza Onnipotente ci introdurrà come figli nella Sua Casa Paterna, dopo aver ben seminato e raccolto le opere di carità nella forza dello Spirito Santo.

 

Marco Mancini

 

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Parola  entrata nel linguaggio corrente per definire una dolce morte. Sottolinea l’aspetto caritativo della società della produzione e del consumo, che vuole liberare dalle inutili sofferenze coloro che vengono definiti “ammalati terminali” o cerebralmente deficitari. Preso dal vocabolario medico e rivolto a persone cosiddette normali, questo termine può sembrare  alquanto astruso e disorientante,  si confonde o si cerca di far confondere con l’accanimento terapeutico che è tutt’altra cosa. Un discorso del genere qualche decennio fa sarebbe stato estremamente sconveniente e  inaccettabile. Eppure siamo testimoni attraverso i  mass media che diversi parlamenti europei  l’hanno introdotta come diritto inalienabile del malato e del fortemente disabile. Certamente, non bisogna essere abili pensatori per arrivare a capire che qui qualcosa non và. Ma non è né con le parole, né con le azioni che possiamo ribaltare la situazione di estremo pericolo sociale. Si, perché ebbe a dire Madre Teresa:”se tu uccidi la vita che è dentro di te, arriverà il giorno che niente ti vieterà che tu uccida anche me”. Se togliamo i valori inalienabili alla vita ci ritroveremo un giorno più vicino di quanto si voglia credere, a fare i conti con una mentalità di morte. Ho detto che né con le parole, né con le azioni possiamo più salvarci, ma soltanto chiudendo le orecchie a quel mondo che vorrebbe ammaliarci parlandoci del diritto di prendere qualunque libertà anche a rischio di fracassare tutto e distruggere irrimediabilmente il domani. Ci lamentiamo che nell’odierna società non ci si capisce più niente, ma perché non facciamo lamenti  sugli stereotipi che ci propinano e accettiamo come buoni solo perché sono comodi al nostro ben vivere?  Facciamo proprie le parole di Madre Teresa e riflettiamoci  per non trovarci domani a fare i conti con chi vorrà fermarci il cuore con un farmaco letale iniettato in vena per la “carità fraterna” di non vederci  più soffrire. “Se un malato se la prende davanti a te con Dio, non difendere Dio. Egli non ne ha bisogno. E’ talmente grande che sa farLo anche da Sé”.      

  Torre Carla

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