REDEMPTORIS MISSIO

Giovanni Paolo II

1990.12.07

Commento di Pamela Salvatori

 

  Prima parte- cap. I-III

 

“Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15), “come il Padre ha mandato Me, anch’Io mando voi” (Gv 20,22), “Andate, dunque, e ammaestrate tutte le nazioni…insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20) “Così sta scritto:…nel Suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24,46-47).

Gesù ci chiama ad essere testimoni della Sua Resurrezione, ci incarica di annunciare la salvezza al mondo intero senza paura, con la promessa che resterà con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Vuole farci Suoi collaboratori, affinché il Regno di Dio “sia accolto e cresca tra gli uomini”(cap. II, 5). Il Risorto si rivela nostra guida cooperando con lo Spirito Santo, che è Colui che da forza alla missione, che la incoraggia e la realizza. A ogni Battezzato, Gesù rivolge queste parole: “andate e ammaestrate”, perché il mondo creda alla Rivelazione messianica. Lui, ci ha dato l’esempio, ha evangelizzato con la parola e con la vita; ha annunziato la salvezza che viene dalla Sua Morte e Risurrezione; ha accompagnato le conversioni con la guarigione e il perdono: Gesù é messaggero e messaggio, “Egli proclama la buona novella non solo con quello che dice e fa, ma con quello che è” (cap. II, 1) e così ci insegna cosa significa essere Cristiani e missionari. La fede in Cristo implica necessariamente la missione. Non è un vero Cristiano colui che non rende testimonianza a Gesù. Ogni Battezzato deve prendere coscienza del privilegio che ha ricevuto, ossia di essere incorporato alla Chiesa Cattolica, non per suoi meriti, “ma per una speciale grazia di Cristo” (Lumen gentium,14). Pertanto il suo Battesimo è già una chiamata a diventare missionario, quel primo Sacramento pone in lui il seme del Verbo che potrà dare frutti di testimonianza. La risposta libera a tale vocazione sia quella di San Paolo: “Io non mi vergogno del Vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede”. Tutti i Cristiani hanno il dovere di annunziare che “il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14) e ci ha rivelato Dio (cfr. Gv 1,18): “Non è per me un vanto predicare il Vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il Vangelo!” (1Cor 9,16). Nessun’altra religione possiede la ricchezza della Rivelazione messianica, che a noi è concesso di vivere. La missione del Cristiano, tuttavia, non è soltanto quella di far conoscere Gesù ai pagani, o meglio, per arrivare a questo genere di testimonianza, che è certamente l’espressione più alta e più bella della missione, il Cristiano deve essere prima missionario nella sua famiglia, tra gli amici e nella sua comunità parrocchiale, secondo le sue possibilità e senza trascurare il rapporto intimo e personale con Dio nella preghiera. La “preghiera sacerdotale” (Gv 17) di Gesù, ci fa comprendere lo scopo della missione, che non dobbiamo mai perdere di vista, ossia rendere gli uomini partecipi della comunione che esiste tra il Padre e il Figlio: “come Tu, Padre sei in Me e Io in Te, siano anch’essi in Noi una cosa sola, perché il mondo creda che Tu mi hai mandato” (Gv 17,21).  Ciò significa che saremo credibili solo quando saremo “perfetti nell’unità”. Il Cristiano non può vivere isolato, né può condurre la missione da solo. Di qui la necessità di formare comunità unite e animate da una vera carità fraterna. Prendiamo esempio dalle prime comunità cristiane, che pur nelle tante diversità dimostravano di essere un'unica Chiesa nell’amore. Come scrive Giovanni Paolo II “si è missionari prima di tutto per ciò che si è come Chiesa che vive profondamente l’unità e l’amore, prima di esserlo per ciò che si dice o si fa” (cap. III, 1). Non dimentichiamo che la missione si fonda sulla fede e che la spinta dinamica alla missione è opera dello Spirito Santo. A noi è richiesta una collaborazione fedele, umile e obbediente, per poter corrispondere alle ispirazioni dello Spirito.  Prediamo consapevolezza di essere solo degli strumenti nelle mani del Signore e crediamo fermamente che ogni vittoria viene da Dio, non da noi stessi. Ricordiamo le parole del Signore: “senza di me non potete far nulla” e ascriviamo ogni successo a Dio Trinità. “La missione… non si fonda sulle capacità umane, ma sulla potenza del Risorto” (cap. III, 1). All’inizio della Chiesa, la missione “ad gentes” era “considerata come il frutto normale della vita cristiana, l’impegno per ogni credente mediante la testimonianza personale e l’annunzio esplicito, quando possibile” (cap. III, 3). Nasca in noi tale consapevolezza, si rafforzi la nostra fede nella preghiera e nella frequenza ai Sacramenti, si allontani da noi ogni inutile timore, perché, finalmente liberi dalle nostre paure, annunziamo con l’esempio della vita la novità di Gesù Risorto, Redentore di tutto il genere umano. Iniziamo, con coraggio, la nostra missione e partendo dalle piccole comunità giungeremo a proclamare la nostra fede fini agli estremi confini della terra. Investiti di Consiglio e di Fortezza dall’alto, fedeli alla Chiesa Cattolica, “strumento di redenzione” (Lumen Gentium) e “sacramento di salvezza” (cap. II,5) e ai suoi ministri, sapremo collaborare con semplicità all’annunzio di Cristo, “in modo rispettoso delle coscienze” (cap. I,2), senza violare la libertà dell’uomo. La fede infatti “esige la libera adesione, ma deve essere proposta, poiché le moltitudini hanno il diritto di conoscere la ricchezza del mistero di Cristo nel quale crediamo che tutta l’umanità può trovare, in una pienezza insospettabile, tutto ciò che cerca a tentoni su Dio, sull’uomo e sul suo destino…” (cap. I,2). La società e il mondo, oggi più che mai, hanno bisogno di testimoni autentici, Gesù ci chiama ad essere “operatori di pace”, “luce del mondo” e “sale della terra”, “membra vive” della Sua Chiesa. Rispondiamo prontamente e con entusiasmo al Signore, perché anche oggi “a tutti i Cristiani, alle Chiese particolari e alla Chiesa universale sono richiesti lo stesso coraggio che mosse i missionari del passato e la stessa disponibilità ad ascoltare la voce dello Spirito” (cap. III, 5).

 

Seconda Parte- cap. IV- V

 

“L’attività missionaria non è né più né meno che la manifestazione…e la realizzazione del disegno di Dio nel mondo e nella storia, nella quale Dio, proprio mediante la missione, attua all’evidenza la storia della salvezza” (Conc Ecum Vat II, Ad Gentes; vedi anche cap. V, 41).

Prima di ascendere al Cielo, Gesù ha affidato alla Chiesa il compito di portare la Sua parola a tutti i popoli “fino agli estremi confini della terra” (Atti 1,8) e da quel momento Essa è divenuta collaboratrice di Cristo e dello Spirito Santo nella missione redentrice voluta dal Padre. Tutt’oggi la Chiesa porta avanti fedelmente la sua missione, che si attua in tre direzioni, pur rimanendo nel contesto di una missione unica e universale. In primo luogo, l’attività missionaria continua a rivolgersi a quei popoli che ancora non conoscono la “buona novella” della rivelazione messianica, si parla perciò di “missione ad gentes”; in secondo luogo, a quelle comunità solide e ferventi che testimoniano il Vangelo nei loro ambienti, inserendosi così nella missione universale, e che sono in grado di dedicarsi autonomamente alla cura pastorale della Chiesa; infine, la missione riguarda quei paesi di antica cristianità dove intere comunità di battezzati “hanno perduto il senso vivo della fede…conducendo un’esistenza lontana da Cristo e dal Suo Vangelo” (cap. IV,33) e che quindi necessitano di una “nuova evangelizzazione”. A ogni Cristiano, pertanto, è richiesta una cooperazione fedele e attiva, secondo le proprie possibilità. Infatti, solo alcuni sono chiamati alla missione “ad gentes” con una specifica vocazione a vita, mentre tutti gli altri hanno il dovere di essere missionari nella realtà che quotidianamente vivono, quindi nelle loro famiglie e comunità parrocchiali. Ciascun battezzato deve proclamare a gran voce la novità di Gesù Cristo crocifisso, morto e risorto, con un annuncio incisivo e una testimonianza di vita coraggiosa, improntata alla coerenza evangelica, poiché “l’uomo contemporaneo crede più hai testimoni che ai maestri…più alla vita e ai fatti che alle teorie” (cap. V, 42). La testimonianza che converte i cuori, anche i più induriti, è quella di coloro che vivono la semplicità, l’umiltà e la carità evangelica con le opere prima ancora che con le parole. Ma anche l’annuncio è fondamentale! Quando è animato dalla viva fede che nasce da convinzioni profonde radicate sulla Parola di Cristo, l’annuncio è capace di generare fede, speranza e carità in chi ascolta. La missione coinvolge tutti i Cristiani, ai quali è richiesto uno sforzo di volontà e di amore per diventare collaboratori dello Spirito, per trovare sempre nuovi modi per diffondere il Vangelo. Va comunque riconosciuta nella missione “ad gentes” l’espressione più alta e più matura della missione stessa, che realizza pienamente la parola del Cristo di predicare “a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24,47). “Ammaestrate tutte le nazioni- esorta il Signore- battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19-20). Sono proprio la conversione e il battesimo il punto di partenza per la nascita di nuove comunità cristiane, a loro volta destinate a divenire missionarie. Immensi sono gli orizzonti della missione “ad gentes”, che si svolge in un quadro religioso complesso e in continuo movimento, abbracciando tutti i popoli nonostante le tante difficoltà che appaiono insormontabili a occhio umano. Una delle tante consiste nella diffusa “mentalità indifferentista… improntata a un relativismo religioso che porta a ritenere che una religione vale l’altra” (cap. IV,36). La Chiesa Cattolica non nega quanto di buono c’è nelle varie religioni e non condanna affatto le diverse culture e tradizioni, anzi, si fa promotrice del dialogo a tutti i livelli, alla ricerca di quei “semi del Verbo” lasciati cadere dallo Spirito di Dio, che sempre “soffia dove vuole”. Forte dell’insegnamento del Cristo, la Chiesa , e con essa ogni fedele, avverte il bisogno urgente di condividere con ogni uomo, nel pieno rispetto delle tradizioni di ognuno, il privilegio che ha ricevuto di riconoscere nella Persona del Figlio di Dio quella Via per la salvezza eterna, quella Verità tutta intera e quella Vita autentica, a cui ogni cuore anela, spesso inconsciamente. La missione diviene motivo di crescita per la Chiesa stessa, che, senza perdere la sua specificità, inserisce i popoli nella sua comunità, trasmettendo loro i propri valori, e assume ciò che di buono c’è in essi, rinnovandoli dall’interno. Da un tale confronto nascono nuovi stimoli e nuovi impulsi per condurre la missione con rinnovato entusiasmo. Così spesso accade che proprio partendo da culture e religioni diversissime da quella Cristiana, si giunge alla realizzazione di nuove e ferventi comunità Cattoliche, con la conseguente nascita di chiese locali, per la spontanea adesione al Vangelo di coloro che ricevono l’annunzio dei missionari. Non è un caso se “oggi più che in passato i missionari sono riconosciuti promotori di sviluppo da governi ed esperti internazionali, i quali restano ammirati del fatto che si ottengano notevoli risultati con scarsi mezzi” (cap. V,58). La Chiesa infatti attraverso la missione ha più volte dimostrato che lo sviluppo di un popolo non consiste in un “avere di più”, bensì in un “essere di più”, risvegliando le coscienze con il Vangelo (vedi cap.V,58). L’educazione delle coscienze al messaggio evangelico porta alla “conversione del cuore e della mentalità, fa riconoscere la dignità di ciascuna persona, dispone alla solidarietà” (cap. V,59) inserendo l’uomo nel piano salvifico di Dio, che è la costruzione di un regno di giustizia e di pace già su questa terra. Tale educazione si fa urgente non solo nei paesi poveri e non ancora evangelizzati, ma anche in quelli ricchi e scristianizzati, che si va a “rievangelizzare”. “La nuova evangelizzazione deve creare nei ricchi la coscienza che è venuto il momento di farsi realmente fratelli dei poveri” (cap.V,59), perché se è vero che un eccesso di povertà è nocivo all’uomo, un eccesso di opulenza lo è altrettanto. L’educazione delle coscienze, inoltre, può attuarsi anche con l’ausilio dei nuovi mezzi di comunicazione, come a formare “aree culturali” o “areopaghi moderni”. Ad oggi, attive come “centri di formazione cristiana e di irradiazione missionaria” (cap. V,51) sono le cosiddette “comunità di base”, gruppi di preghiera che ruotano attorno all’Eucaristia e all’ascolto della Parola di Dio, considerati buoni punti di partenza per una nuova società fondata sulla “civiltà dell’amore”. La missione è una realtà complessa, molte sono le difficoltà che incontrano i missionari nel mondo, ma unica è la certezza che dà loro forza e costanza, ossia di essere semplici collaboratori di Gesù Cristo, chiamati a fare quanto possono e a riconoscersi “servi inutili” davanti a Dio. La stessa fiducia deve animare ciascuno di noi, nella consapevolezza che “non siamo noi i protagonisti della missione, ma Gesù Cristo e il Suo Spirito…” (cap. IV, 36), che convertono il nulla della nostra semina in abbondante raccolto. Consacrati alla verità, saremo operatori umili al servizio del Signore, mossi solo dall’amore, perché “l’amore è e resta il movente della missione ed è anche l’unico criterio secondo cui tutto deve essere fatto o non fatto, cambiato o non cambiato. È il principio che deve dirigere ogni azione e il fine a cui essa deve tendere. Quando si agisce con riguardo alla carità o ispirati dalla carità, nulla è disdicevole e tutto è buono (Isacco della Stella, sermone 31)” (cap.V,60).   

 

Terza parte- cap. VI-VII

 

“Non c’è testimonianza senza testimoni, come non c’è missione senza missionari” (VI, 61). La Chiesa , per sua natura missionaria, ha bisogno costante di testimoni autentici della fede, di “operai” affidabili, disposti a sacrificare la propria vita per la “messe”; uomini pronti a lasciare tutto per andare incontro alle genti ad annunziare loro la “buona novella” che ancora non conoscono. Lo Spirito suscita continuamente nuovi missionari, che con il loro “sì” si preparano a servire il Signore dando una svolta radicale alla loro esistenza. Spesso la Provvidenza divina affianca ai suoi prescelti altri umili operatori, che agiscono nel silenzio: si tratta di persone, gruppi o comunità laiche che aiutano i missionari “ad gentes”. Tutti i cristiani sono chiamati alla missione, ciascuno secondo una vocazione specifica, unica e irripetibile. Ad ognuno il Signore chiede di inserirsi nella missione universale della Chiesa che si attua in forme diverse e sempre nuove. Primi responsabili dell’attività missionaria sono i vescovi, “consacrati… per la salvezza di tutto il mondo” (decreto Ad Gentes, 38), chiamati a curare l’incremento delle vocazioni missionarie nelle loro diocesi, senza lasciarsi scoraggiare dalle innumerevoli difficoltà che sempre incontrano. Anche tutti i sacerdoti, così come i religiosi, di vita attiva o contemplativa, “debbono avere cuore e mentalità missionaria” (VI, 67); così come è stato nel passato, quando famiglie religiose hanno contribuito persino alla nascita di nuove chiese, deve essere anche oggi, in un mondo che richiede con urgenza una “nuova evangelizzazione”. Nessuno meglio dei consacrati è in grado di testimoniare i grandi valori evangelici di cui la Chiesa si fa tesoriera. Ma anche tutti i laici sono responsabili della missione in forza del Battesimo. “La missione è di tutto il popolo di Dio…è compito di tutti i fedeli” (VI,71). Fin dai primi tempi del Cristianesimo il ruolo dei laici risulta indispensabile. Si tratta  di un diritto-dovere fondato sulla dignità battesimale. Inoltre, per l’indole secolare che li caratterizza hanno la particolare vocazione di “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e orientandole secondo Dio” (Lumen gentium, 31), compito non facile, che richiede fiducia e perseveranza. Così anche i movimenti laici che si inseriscono nella Chiesa “con umiltà”, rappresentano un dono di grazia per la “nuova evangelizzazione” e per l’attività missionaria nel suo complesso. Tra i laici, rilevante è l’operato dei catechisti, che il decreto missionario definisce “quella schiera degna di lode, tanto benemerita dell’opera missionaria tra le genti…”. Essi con grandi sacrifici danno forza alle comunità cristiane. Oggi che il loro lavoro risulta più gravoso che mai per i continui mutamenti sociali, necessitano più del passato di una “accurata preparazione dottrinale e pedagogica…e di un costante rinnovamento spirituale” (VI, 73). Accanto ai catechisti si pongono gli animatori della preghiera, del canto, della liturgia, secondo l’esortazione del Papa, che invita “tutti i fedeli laici” a “dedicare alla Chiesa parte del loro tempo” (VI, 74). La partecipazione alla missione universale, dunque, diviene “il segno della maturità della fede e di una vita cristiana che porta frutti” (VII, 77). Ogni credente deve prendere coscienza che, secondo le sue possibilità, può e deve cooperare alla missione, fosse anche soltanto pregando per le missioni e le vocazioni missionarie, oppure offrendo al Signore la propria sofferenza a vantaggio dei missionari o ancora testimoniando con coerenza il proprio credo nella dimensione quotidiana. Proprio alla “cooperazione spirituale” spetta il primo posto tra le forme di partecipazione alla missione. Seguito dal contributo materiale ed economico, che va sempre illuminato e ispirato dalla fede: “allora, davvero c’è più gioia nel dare che nel ricevere” (VII, 81). Cooperano, inoltre, all’attività missionaria tutte quelle chiese locali,  che si dedicano all’animazione e alla formazione missionaria del popolo di Dio (vedi VII,83) sotto la guida delle Pontificie Opere missionarie, legate a livello mondiale alla Congregazione per l’evangelizzazione, e, a livello locale, alle Conferenze episcopali e ai vescovi, che “portano nel mondo quello spirito di universalità e di servizio alla missione, senza il quale non esiste autentica cooperazione” (VII, 84). “Cooperare alla missione vuol dire non solo dare, ma anche saper ricevere” (VII, 85), perchè la missione arricchisce non solo chi è evangelizzato, ma anche chi evangelizza. Ognuno porta i suoi doni e ne riceve altri in una reciproca comunione che fa l’unità e la  ricchezza della Chiesa. Allo stesso modo anche le chiese locali devono aprirsi alla cooperazione con le altre chiese,  aspirando alla “pienezza nell’unità”.

Nutrendo in noi quell’ansia apostolica di trasmettere agli altri la luce e la gioia della fede e sforzandoci di educare il popolo di Dio a tale ideale, giungeremo a una nuova “grande primavera cristiana” (cfr. VII, 86).

“Per il singolo credente, come per l’intera Chiesa, la causa missionaria deve essere la prima, perché riguarda il destino eterno degli uomini e risponde al disegno misterioso e misericordioso di Dio (VII, 86).

 

Quarta parte- cap. VIII

 

“L’attività missionaria esige una specifica spiritualità” che “si esprime nel vivere in piena docilità allo Spirito” (VIII, 87), lasciandosi plasmare liberamente da Lui, per divenire sempre più simili a Cristo. Infatti, per poter rendere una efficace testimonianza a Gesù Cristo bisogna prima far risplendere in se stessi la sua immagine, e questo è possibile solo per mezzo della grazia che viene dallo Spirito Santo. È lo Spirito che infonde i suoi doni di discernimento e fortezza, indispensabili al missionario che vuole annunziare il Vangelo e testimoniarlo con la propria vita. Il missionario deve divenire un tutt’uno con Cristo, per poter rivivere in sé il mistero di Cristo “inviato” dal Padre ad evangelizzare gli uomini. Egli divenne in tutto simile agli uomini e in questo annientamento consiste l’espressione più alta dell’amore. Così ad ogni missionario è richiesto di rinunciare a tutte le sue proprietà e persino a se stesso, per poter raggiungere quella libertà che permette allo Spirito di trasformarlo interiormente. Colui che ha spirito missionario avverte come necessario il distacco da ogni bene della terra, per poter correre liberamente sulla via che Cristo ha tracciato, consapevole che la croce delle contrarietà e delle difficoltà non mancherà lungo la strada che percorre. Spinto dallo zelo per la salvezza delle anime è pronto ad offrire la sua stessa vita se necessario per amore di Cristo e della Chiesa.  Il suo spirito missionario è intriso di tenerezza, compassione, accoglienza, disponibilità: il missionario, è infatti, “l’uomo della carità”, che vuole annunziare “a ogni fratello che è amato da Dio e che può lui stesso amare” (VIII, 89). Il missionario è anche il “fratello universale”, perché porta in sé “lo spirito della Chiesa, la sua apertura e interesse per tutti i popoli e per tutti gli uomini, specie i più piccoli e poveri” (VIII, 89). Come Cristo egli deve amare la Chiesa , con un amore profondo e fedele, senza divisioni. Il vero missionario, dunque, è l’immagine di Cristo nel mondo. La chiamata alla missione è una chiamata alla santità. In realtà ogni fedele cristiano è chiamato alla santità e alla missione, ciascuno secondo la volontà del Signore. Ogni cristiano, pertanto, nella sua comunità e nella sua famiglia è chiamato a diventare santo compiendo la missione che il Signore ha previsto per lui dall’eternità. Non per tutti è la chiamata ad una missione “ad gentes”, ma per tutti è la chiamata alla santità. Pertanto, ciascun cristiano deve ravvivare nel suo cuore l’entusiasmo che nasce dalla necessità di donarsi a Dio e al prossimo nella condizione in cui per nascita è stato posto. Ogni missionario e ogni cristiano, deve nutrirsi della Parola di Dio, della preghiera personale e comunitaria, per divenire un “contemplativo in azione” (VIII, 90) e poter dire come gli apostoli: “Ciò che noi abbiamo contemplato, ossia il Verbo della vita… noi lo annunziamo a voi” (1 Gv 1,1). Il missionario è colui che più di ogni altro può essere definito “l’uomo delle beatitudini”, perché nella sofferenza, nella fatica, nelle contrarietà, nelle ostilità della missione, realizza la parola del Vangelo, dimostrando nei fatti che il Regno di Dio è in mezzo a noi, è già venuto ed egli lo ha accolto nella propria vita. “La caratteristica di ogni attività missionaria autentica è la gioia interiore che viene dalla fede. In un mondo angosciato e oppresso da tanti problemi… l’annunciatore della buona novella deve essere un uomo che ha trovato in Cristo la vera speranza” (VIII, 91). Come i primi apostoli, anche noi dobbiamo ravvivare la nostra fede e il nostro spirito missionario con la preghiera, soprattutto restando ancorati a Maria, in attesa che lo Spirito Santo susciti una nuova Pentecoste nei nostri cuori. “Maria è il modello di quell’amore materno dal quale devono essere animati  tutti quelli che, nella missione apostolica della Chiesa, cooperano alla rigenerazione degli uomini” (VIII; 92). Senza Maria non si può divenire cristiani autentici e missionari ferventi e coraggiosi.

 

“Come Cristo inviò gli apostoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, così, rinnovando lo stesso mandato, io estendo a tutti voi la benedizione apostolica nel nome della Trinità Santissima” (G. Paolo II, a conclusione dell’enciclica). 

    

   

   

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