|
Prima
parte- cap. I-III
“Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni
creatura” (Mc 16,15),
“come il Padre ha mandato
Me, anch’Io mando voi” (Gv
20,22), “Andate, dunque, e
ammaestrate tutte le
nazioni…insegnando loro ad
osservare tutto ciò che vi ho
comandato” (Mt 28,19-20)
“Così sta scritto:…nel
Suo nome saranno predicati a
tutte le genti la conversione
e il perdono dei peccati” (Lc
24,46-47).
Gesù ci chiama ad essere
testimoni della Sua
Resurrezione, ci incarica di
annunciare la salvezza al
mondo intero senza paura, con
la promessa che resterà con
noi “tutti i giorni, fino
alla fine del mondo” (Mt
28,20). Vuole farci Suoi
collaboratori, affinché il
Regno di Dio “sia accolto e
cresca tra gli uomini”(cap.
II, 5). Il Risorto si rivela
nostra guida cooperando con lo
Spirito Santo, che è Colui
che da forza alla missione,
che la incoraggia e la
realizza. A ogni Battezzato,
Gesù rivolge queste parole:
“andate e ammaestrate”,
perché il mondo creda alla
Rivelazione messianica. Lui,
ci ha dato l’esempio, ha
evangelizzato con la parola e
con la vita; ha annunziato la
salvezza che viene dalla Sua
Morte e Risurrezione; ha
accompagnato le conversioni
con la guarigione e il
perdono: Gesù é messaggero e
messaggio, “Egli proclama la
buona novella non solo con quello che dice e fa, ma con quello che
è” (cap. II, 1) e così ci
insegna cosa significa essere
Cristiani e missionari. La
fede in Cristo implica
necessariamente la missione.
Non è un vero Cristiano colui
che non rende testimonianza a
Gesù. Ogni Battezzato deve
prendere coscienza del
privilegio che ha ricevuto,
ossia di essere incorporato
alla Chiesa Cattolica, non per
suoi meriti, “ma per una
speciale grazia di Cristo”
(Lumen gentium,14). Pertanto
il suo Battesimo è già una
chiamata a diventare
missionario, quel primo
Sacramento pone in lui il seme
del Verbo che potrà dare
frutti di testimonianza. La
risposta libera a tale
vocazione sia quella di San
Paolo: “Io non mi vergogno
del Vangelo, poiché è
potenza di Dio per la salvezza
di chiunque crede”. Tutti i
Cristiani hanno il dovere di
annunziare che “il Verbo si
è fatto carne” (Gv 1,14) e
ci ha rivelato Dio (cfr. Gv
1,18): “Non è per me un
vanto predicare il Vangelo; è
per me un dovere: guai a me se
non predicassi il Vangelo!”
(1Cor 9,16). Nessun’altra
religione possiede la
ricchezza della Rivelazione
messianica, che a noi è
concesso di vivere. La
missione del Cristiano,
tuttavia, non è soltanto
quella di far conoscere Gesù
ai pagani, o meglio, per
arrivare a questo genere di
testimonianza, che è
certamente l’espressione più
alta e più bella della
missione, il Cristiano deve
essere prima missionario nella
sua famiglia, tra gli amici e
nella sua comunità
parrocchiale, secondo le sue
possibilità e senza
trascurare il rapporto intimo
e personale con Dio nella
preghiera. La “preghiera
sacerdotale” (Gv 17) di Gesù,
ci fa comprendere lo scopo
della missione, che non
dobbiamo mai perdere di vista,
ossia rendere gli uomini
partecipi della comunione che
esiste tra il Padre e il
Figlio: “come Tu, Padre sei
in Me e Io in Te, siano
anch’essi in Noi una cosa
sola, perché il mondo creda
che Tu mi hai mandato” (Gv
17,21).
Ciò significa che
saremo credibili solo quando
saremo “perfetti nell’unità”.
Il Cristiano non può vivere
isolato, né può condurre la
missione da solo. Di qui la
necessità di formare comunità
unite e animate da una vera
carità fraterna. Prendiamo
esempio dalle prime comunità
cristiane, che pur nelle tante
diversità dimostravano di
essere un'unica Chiesa
nell’amore. Come scrive
Giovanni Paolo II “si è
missionari prima di tutto per
ciò che si è come Chiesa che
vive profondamente l’unità
e l’amore, prima di esserlo
per ciò che si dice o si
fa” (cap. III, 1). Non
dimentichiamo che la missione
si fonda sulla fede e che la
spinta dinamica alla missione
è opera dello Spirito Santo.
A noi è richiesta una
collaborazione fedele, umile e
obbediente, per poter
corrispondere alle ispirazioni
dello Spirito.
Prediamo consapevolezza
di essere solo degli strumenti
nelle mani del Signore e
crediamo fermamente che ogni
vittoria viene da Dio, non da
noi stessi. Ricordiamo le
parole del Signore: “senza
di me non potete far nulla”
e ascriviamo ogni successo a
Dio Trinità. “La
missione… non si fonda sulle
capacità umane, ma sulla
potenza del Risorto” (cap.
III, 1). All’inizio della
Chiesa, la missione “ad
gentes” era “considerata
come il frutto normale della
vita cristiana, l’impegno
per ogni credente mediante la
testimonianza personale e
l’annunzio esplicito, quando
possibile” (cap. III, 3).
Nasca in noi tale
consapevolezza, si rafforzi la
nostra fede nella preghiera e
nella frequenza ai Sacramenti,
si allontani da noi ogni
inutile timore, perché,
finalmente liberi dalle nostre
paure, annunziamo con
l’esempio della vita la
novità di Gesù Risorto,
Redentore di tutto il genere
umano. Iniziamo, con coraggio,
la nostra missione e partendo
dalle piccole comunità
giungeremo a proclamare la
nostra fede fini agli estremi
confini della terra. Investiti
di Consiglio e di Fortezza
dall’alto, fedeli alla
Chiesa Cattolica, “strumento
di redenzione” (Lumen
Gentium) e “sacramento di
salvezza” (cap. II,5) e ai
suoi ministri, sapremo
collaborare con semplicità
all’annunzio di Cristo,
“in modo rispettoso delle
coscienze” (cap. I,2), senza
violare la libertà
dell’uomo. La fede infatti
“esige la libera adesione,
ma deve essere proposta, poiché
le
moltitudini hanno il
diritto di conoscere la
ricchezza del mistero di
Cristo nel quale crediamo che
tutta l’umanità può
trovare, in una pienezza
insospettabile, tutto ciò che
cerca a tentoni su Dio,
sull’uomo e sul suo
destino…” (cap. I,2). La
società e il mondo, oggi più
che mai, hanno bisogno di
testimoni autentici, Gesù ci
chiama ad essere “operatori
di pace”, “luce del
mondo” e “sale della
terra”, “membra vive”
della Sua Chiesa. Rispondiamo
prontamente e con entusiasmo
al Signore, perché anche oggi
“a tutti i Cristiani, alle
Chiese particolari e alla
Chiesa universale sono
richiesti lo stesso coraggio
che mosse i missionari del
passato e la stessa
disponibilità ad ascoltare la
voce dello Spirito” (cap.
III, 5).
Seconda Parte- cap. IV- V
“L’attività missionaria non
è né più né meno che la
manifestazione…e la
realizzazione del disegno di
Dio nel mondo e nella storia,
nella quale Dio, proprio
mediante la missione, attua
all’evidenza la storia della
salvezza” (Conc Ecum Vat II,
Ad Gentes; vedi anche cap. V, 41).
Prima di ascendere al
Cielo, Gesù ha affidato alla
Chiesa il compito di portare
la Sua
parola a tutti i popoli
“fino agli estremi confini
della terra” (Atti 1,8) e da
quel momento Essa è divenuta
collaboratrice di Cristo e
dello Spirito Santo nella
missione redentrice voluta dal
Padre. Tutt’oggi
la Chiesa
porta avanti fedelmente la sua
missione, che si attua in tre
direzioni, pur rimanendo nel
contesto di una missione unica
e universale. In primo luogo,
l’attività missionaria
continua a rivolgersi a quei
popoli che ancora non
conoscono la “buona
novella” della rivelazione
messianica, si parla perciò
di “missione ad gentes”;
in secondo luogo, a quelle
comunità solide e ferventi
che testimoniano il Vangelo
nei loro ambienti, inserendosi
così nella missione
universale, e che sono in
grado di dedicarsi
autonomamente alla cura
pastorale della Chiesa;
infine, la missione riguarda
quei paesi di antica
cristianità dove intere
comunità di battezzati
“hanno perduto il senso vivo
della fede…conducendo
un’esistenza lontana da
Cristo e dal Suo Vangelo”
(cap. IV,33) e che quindi
necessitano di una “nuova
evangelizzazione”. A ogni
Cristiano, pertanto, è
richiesta una cooperazione
fedele e attiva, secondo le
proprie possibilità. Infatti,
solo alcuni sono chiamati alla
missione “ad gentes” con
una specifica vocazione a
vita, mentre tutti gli altri
hanno il dovere di essere
missionari nella realtà che
quotidianamente vivono, quindi
nelle loro famiglie e comunità
parrocchiali. Ciascun
battezzato deve proclamare a
gran voce la novità di Gesù
Cristo crocifisso, morto e
risorto, con un annuncio
incisivo e una testimonianza di vita
coraggiosa, improntata alla
coerenza evangelica, poiché
“l’uomo contemporaneo
crede più hai testimoni che
ai maestri…più alla vita e
ai fatti che alle teorie”
(cap. V, 42). La testimonianza
che converte i cuori, anche i
più induriti, è quella di
coloro che vivono la semplicità,
l’umiltà e la carità
evangelica con le opere prima
ancora che con le parole. Ma
anche l’annuncio è fondamentale! Quando
è animato dalla viva fede che
nasce da convinzioni profonde
radicate sulla Parola di
Cristo, l’annuncio è capace
di generare fede, speranza e
carità in chi ascolta. La
missione coinvolge tutti i
Cristiani, ai quali è
richiesto uno sforzo di volontà
e di amore per diventare
collaboratori dello Spirito,
per trovare sempre nuovi modi
per diffondere il Vangelo. Va
comunque riconosciuta nella
missione “ad gentes”
l’espressione più alta e più
matura della missione stessa,
che realizza pienamente la
parola del Cristo di predicare
“a tutte le genti la
conversione e il perdono dei
peccati” (Lc 24,47).
“Ammaestrate tutte le
nazioni- esorta il Signore-
battezzandole nel nome del
Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo” (Mt
28,19-20). Sono proprio la
conversione e il battesimo il
punto di partenza per la
nascita di nuove comunità
cristiane, a loro volta
destinate a divenire
missionarie. Immensi sono gli
orizzonti della missione “ad
gentes”, che si svolge in un
quadro religioso complesso e
in continuo movimento,
abbracciando tutti i popoli
nonostante le tante difficoltà
che appaiono insormontabili a
occhio umano. Una delle tante
consiste nella diffusa
“mentalità indifferentista…
improntata a un relativismo
religioso che porta a ritenere
che una religione vale
l’altra” (cap. IV,36).
La Chiesa Cattolica
non nega quanto di buono c’è
nelle varie religioni e non
condanna affatto le diverse
culture e tradizioni, anzi, si
fa promotrice del dialogo a
tutti i livelli, alla ricerca
di quei “semi del Verbo”
lasciati cadere dallo Spirito
di Dio, che sempre “soffia
dove vuole”. Forte
dell’insegnamento del
Cristo,
la Chiesa
, e con essa ogni fedele,
avverte il bisogno urgente di
condividere con ogni uomo, nel
pieno rispetto delle
tradizioni di ognuno, il
privilegio che ha ricevuto di
riconoscere nella Persona del
Figlio di Dio quella Via per
la salvezza eterna, quella
Verità tutta intera e quella
Vita autentica, a cui ogni
cuore anela, spesso
inconsciamente. La missione
diviene motivo di crescita per
la Chiesa
stessa, che, senza perdere la
sua specificità, inserisce i
popoli nella sua comunità,
trasmettendo loro i propri
valori, e assume ciò che di
buono c’è in essi,
rinnovandoli dall’interno.
Da un tale confronto nascono
nuovi stimoli e nuovi impulsi
per condurre la missione con
rinnovato entusiasmo. Così
spesso accade che proprio
partendo da culture e
religioni diversissime da
quella Cristiana, si giunge
alla realizzazione di nuove e
ferventi comunità Cattoliche,
con la conseguente nascita di
chiese locali, per la
spontanea adesione al Vangelo
di coloro che ricevono
l’annunzio dei missionari.
Non è un caso se “oggi più
che in passato i missionari
sono riconosciuti promotori di
sviluppo da governi ed esperti
internazionali, i quali
restano ammirati del fatto che
si ottengano notevoli
risultati con scarsi mezzi”
(cap. V,58).
La Chiesa
infatti attraverso la missione
ha più volte dimostrato che
lo sviluppo di un popolo non
consiste in un “avere di più”,
bensì in
un “essere di più”,
risvegliando le coscienze con
il Vangelo (vedi cap.V,58).
L’educazione delle coscienze
al messaggio evangelico porta
alla “conversione del cuore
e della mentalità, fa
riconoscere la dignità di
ciascuna persona, dispone alla
solidarietà” (cap. V,59)
inserendo l’uomo nel piano
salvifico di Dio, che è la
costruzione di un regno di
giustizia e di pace già su
questa terra. Tale educazione
si fa urgente non solo nei
paesi poveri e non ancora
evangelizzati, ma anche in
quelli ricchi e
scristianizzati, che si va a
“rievangelizzare”. “La
nuova evangelizzazione deve
creare nei ricchi la coscienza
che è venuto il momento di
farsi realmente fratelli dei
poveri” (cap.V,59), perché
se è vero che un eccesso di
povertà è nocivo all’uomo,
un eccesso di opulenza lo è
altrettanto. L’educazione
delle coscienze, inoltre, può
attuarsi anche con l’ausilio
dei nuovi mezzi di
comunicazione, come a formare
“aree culturali” o
“areopaghi moderni”. Ad
oggi, attive come “centri di
formazione cristiana e di
irradiazione missionaria”
(cap. V,51) sono le cosiddette
“comunità di base”,
gruppi di preghiera che
ruotano attorno
all’Eucaristia e
all’ascolto della Parola di
Dio, considerati buoni punti
di partenza per una nuova
società fondata sulla
“civiltà dell’amore”.
La missione è una realtà
complessa, molte sono le
difficoltà che incontrano i
missionari nel mondo, ma unica
è la certezza che dà loro
forza e costanza, ossia di
essere semplici collaboratori
di Gesù Cristo, chiamati a
fare quanto possono e a
riconoscersi “servi
inutili” davanti a Dio. La
stessa fiducia deve animare
ciascuno di noi, nella
consapevolezza che “non
siamo noi i protagonisti della
missione, ma Gesù Cristo e il
Suo Spirito…” (cap. IV,
36), che convertono il nulla
della nostra semina in
abbondante raccolto.
Consacrati alla verità,
saremo operatori umili al
servizio del Signore, mossi
solo dall’amore, perché
“l’amore è e resta il
movente della missione ed è
anche l’unico criterio
secondo cui tutto deve essere
fatto o non fatto, cambiato o
non cambiato. È il principio
che deve dirigere ogni azione
e il fine a cui essa deve
tendere. Quando si agisce con
riguardo alla carità o
ispirati dalla carità, nulla
è disdicevole e tutto è
buono (Isacco della Stella,
sermone 31)” (cap.V,60).
Terza parte- cap. VI-VII
“Non
c’è testimonianza senza
testimoni, come non c’è
missione senza missionari” (VI,
61).
La Chiesa
, per sua natura missionaria,
ha bisogno costante di
testimoni autentici della
fede, di “operai”
affidabili, disposti a
sacrificare la propria vita
per la “messe”; uomini
pronti a lasciare tutto per
andare incontro alle genti ad
annunziare loro la “buona
novella” che ancora non
conoscono. Lo Spirito suscita
continuamente nuovi
missionari, che con il loro
“sì” si preparano a
servire il Signore dando una
svolta radicale alla loro
esistenza. Spesso
la Provvidenza
divina affianca ai suoi
prescelti altri umili
operatori, che agiscono nel
silenzio: si tratta di
persone, gruppi o comunità
laiche che aiutano i
missionari “ad gentes”.
Tutti i cristiani sono
chiamati alla missione,
ciascuno secondo una vocazione
specifica, unica e
irripetibile. Ad ognuno il
Signore chiede di inserirsi
nella missione universale
della Chiesa che si attua in
forme diverse e sempre nuove.
Primi responsabili
dell’attività missionaria
sono i vescovi,
“consacrati… per la
salvezza di tutto il mondo”
(decreto Ad Gentes, 38),
chiamati a curare
l’incremento delle vocazioni
missionarie nelle loro
diocesi, senza lasciarsi
scoraggiare dalle innumerevoli
difficoltà che sempre
incontrano. Anche tutti i
sacerdoti, così come i
religiosi, di vita attiva o
contemplativa, “debbono
avere cuore e mentalità
missionaria” (VI, 67); così
come è stato nel passato,
quando famiglie religiose
hanno contribuito persino alla
nascita di nuove chiese, deve
essere anche oggi, in un mondo
che richiede con urgenza una
“nuova evangelizzazione”.
Nessuno meglio dei consacrati
è in grado di testimoniare i
grandi valori evangelici di
cui
la Chiesa
si fa tesoriera. Ma anche
tutti i laici sono
responsabili della missione in
forza del Battesimo. “La
missione è di tutto il popolo
di Dio…è compito di tutti i
fedeli” (VI,71). Fin dai
primi tempi del Cristianesimo
il ruolo dei laici risulta
indispensabile. Si tratta
di un diritto-dovere
fondato sulla dignità
battesimale. Inoltre, per
l’indole secolare che li
caratterizza hanno la
particolare vocazione di
“cercare il regno di Dio
trattando le cose temporali e
orientandole secondo Dio”
(Lumen gentium, 31), compito
non facile, che richiede
fiducia e perseveranza. Così
anche i movimenti laici che si
inseriscono nella Chiesa
“con umiltà”,
rappresentano un dono di
grazia per la “nuova
evangelizzazione” e per
l’attività missionaria nel
suo complesso. Tra i laici,
rilevante è l’operato dei
catechisti, che il decreto
missionario definisce
“quella schiera degna di
lode, tanto benemerita
dell’opera missionaria tra
le genti…”. Essi con
grandi sacrifici danno forza
alle comunità cristiane. Oggi
che il loro lavoro risulta più
gravoso che mai per i continui
mutamenti sociali, necessitano
più del passato di una
“accurata preparazione
dottrinale e pedagogica…e di
un costante rinnovamento
spirituale” (VI, 73).
Accanto ai catechisti si
pongono gli animatori della
preghiera, del canto, della
liturgia, secondo
l’esortazione del Papa, che
invita “tutti i fedeli
laici” a “dedicare alla
Chiesa parte del loro tempo”
(VI, 74). La partecipazione
alla missione universale,
dunque, diviene “il segno
della maturità della fede e
di una vita cristiana che
porta frutti” (VII, 77).
Ogni c redente
deve prendere coscienza che,
secondo le sue possibilità,
può e deve cooperare alla
missione, fosse anche soltanto
pregando per le missioni e le
vocazioni missionarie, oppure
offrendo al Signore la propria
sofferenza a vantaggio dei
missionari o ancora
testimoniando con coerenza il
proprio credo nella dimensione
quotidiana. Proprio alla
“cooperazione spirituale”
spetta il primo posto tra le
forme di partecipazione alla
missione. Seguito dal
contributo materiale ed
economico, che va sempre
illuminato e ispirato dalla
fede: “allora, davvero c’è
più gioia nel dare che nel
ricevere” (VII, 81).
Cooperano, inoltre,
all’attività missionaria
tutte quelle chiese locali,
che si dedicano
all’animazione e alla
formazione missionaria del
popolo di
Dio (vedi VII,83) sotto la guida delle Pontificie
Opere missionarie, legate a
livello mondiale alla
Congregazione per
l’evangelizzazione, e, a
livello locale, alle
Conferenze episcopali e ai
vescovi, che “portano nel
mondo quello spirito di
universalità e di servizio
alla missione, senza il quale
non esiste autentica
cooperazione” (VII, 84).
“Cooperare alla missione
vuol dire non solo dare, ma
anche saper ricevere” (VII,
85), perchè la missione
arricchisce non solo chi è
evangelizzato, ma anche chi
evangelizza. Ognuno porta i
suoi doni e ne riceve altri in
una reciproca comunione che fa
l’unità e la
ricchezza della Chiesa.
Allo stesso modo anche le
chiese locali devono aprirsi
alla cooperazione con le altre
chiese,
aspirando alla
“pienezza nell’unità”.
Nutrendo
in noi quell’ansia
apostolica di trasmettere agli
altri la luce e la gioia della
fede e sforzandoci di educare
il popolo di Dio a tale
ideale, giungeremo a una nuova
“grande primavera
cristiana” (cfr. VII, 86).
“Per
il singolo credente, come per
l’intera Chiesa, la causa
missionaria deve essere la
prima, perché riguarda il
destino eterno degli uomini e
risponde al disegno misterioso
e misericordioso di Dio (VII,
86).
Quarta
parte- cap. VIII
“L’attività missionaria esige una specifica
spiritualità” che “si
esprime nel vivere in piena
docilità allo Spirito” (VIII,
87), lasciandosi plasmare
liberamente da Lui, per
divenire sempre più simili a
Cristo. Infatti, per poter
rendere una efficace
testimonianza a Gesù Cristo
bisogna prima far risplendere
in se stessi la sua immagine,
e questo è possibile solo per
mezzo della grazia che viene
dallo Spirito Santo. È lo
Spirito che infonde i suoi
doni di discernimento e
fortezza, indispensabili al
missionario che vuole
annunziare il Vangelo e
testimoniarlo con la propria
vita. Il missionario deve
divenire un tutt’uno con
Cristo, per poter rivivere in
sé il mistero di Cristo
“inviato” dal Padre ad
evangelizzare gli uomini. Egli
divenne in tutto simile agli
uomini e in questo
annientamento consiste
l’espressione più alta
dell’amore. Così ad ogni
missionario è richiesto di
rinunciare a tutte le sue
proprietà e persino a se
stesso, per poter raggiungere
quella libertà che permette
allo Spirito di trasformarlo
interiormente. Colui che ha
spirito missionario avverte
come necessario il distacco da
ogni bene della terra, per
poter correre liberamente
sulla via che Cristo ha
tracciato, consapevole che la
croce delle contrarietà e
delle difficoltà non mancherà
lungo la strada che percorre.
Spinto dallo zelo per la
salvezza delle anime è pronto
ad offrire la sua stessa vita
se necessario per amore di
Cristo e della Chiesa.
Il suo spirito
missionario è intriso di
tenerezza, compassione,
accoglienza, disponibilità:
il missionario, è infatti,
“l’uomo della carità”,
che vuole annunziare “a ogni
fratello che è amato da Dio e
che può lui stesso amare” (VIII,
89). Il missionario è anche
il “fratello universale”,
perché porta in sé “lo
spirito della Chiesa, la sua
apertura e interesse per tutti
i popoli e per tutti gli
uomini, specie i più piccoli
e poveri” (VIII, 89). Come
Cristo egli deve amare
la Chiesa
, con un amore profondo e
fedele, senza divisioni. Il
vero missionario, dunque, è
l’immagine di Cristo nel
mondo. La chiamata alla
missione è una chiamata alla
santità. In realtà ogni
fedele cristiano è chiamato
alla santità e alla missione,
ciascuno secondo la volontà
del Signore. Ogni cristiano,
pertanto, nella sua comunità
e nella sua famiglia è
chiamato a diventare santo
compiendo la missione che il
Signore ha previsto per lui
dall’eternità. Non per
tutti è la chiamata ad una
missione “ad gentes”, ma
per tutti è la chiamata alla
santità. Pertanto, ciascun
cristiano deve ravvivare nel
suo cuore l’entusiasmo che
nasce dalla necessità di
donarsi a Dio e al prossimo
nella condizione in cui per
nascita è stato posto. Ogni
missionario e ogni cristiano,
deve nutrirsi della Parola di
Dio, della preghiera personale
e comunitaria, per divenire un
“contemplativo in azione”
(VIII, 90) e poter dire come
gli apostoli: “Ciò che noi
abbiamo contemplato, ossia il
Verbo della vita… noi lo
annunziamo a voi” (1 Gv
1,1). Il missionario è colui
che più di ogni altro può
essere definito “l’uomo
delle beatitudini”, perché
nella sofferenza, nella
fatica, nelle contrarietà,
nelle ostilità della
missione, realizza la parola
del Vangelo, dimostrando nei
fatti che il Regno di
Dio è in mezzo a noi, è già venuto ed egli lo ha
accolto nella propria vita.
“La caratteristica di ogni
attività missionaria
autentica è la gioia
interiore che viene dalla
fede. In un mondo angosciato e
oppresso da tanti problemi…
l’annunciatore della buona
novella deve essere un uomo
che ha trovato in Cristo la
vera speranza” (VIII, 91).
Come i primi apostoli, anche
noi dobbiamo ravvivare la
nostra fede e il nostro
spirito missionario con la
preghiera, soprattutto
restando ancorati a Maria, in
attesa che lo Spirito Santo
susciti una nuova Pentecoste
nei nostri cuori. “Maria è
il modello di quell’amore
materno dal quale devono
essere animati
tutti quelli che, nella
missione apostolica della
Chiesa, cooperano alla
rigenerazione degli uomini”
(VIII; 92). Senza Maria non si
può divenire cristiani
autentici e missionari
ferventi e coraggiosi.
“Come Cristo inviò gli apostoli nel nome del Padre e del
Figlio e dello Spirito Santo,
così, rinnovando lo stesso
mandato, io estendo a tutti
voi la benedizione apostolica
nel nome della Trinità
Santissima” (G. Paolo II, a
conclusione
dell’enciclica).
SE
PRELEVI DEL TESTO IN QUESTA
PAGINA AGGIUNGI QUESTA STRINGA
"nelnomedimaria.altervista.org
©
Nel Nome di Maria "
 |