|
commento
di Pamela
Salvatori
“Spe salvi facti sumus”- nella speranza siamo
stati salvati- scrive San
Paolo nella lettera ai Romani
(Rm 8,24), considerando la
speranza come mezzo di
“redenzione”. La virtù
teologale della Speranza è
virtù di salvezza, che
scaturisce dalla vera Fede e
induce alla Carità. Il
Cristiano autentico è
l’uomo di fede che vive la
carità nella speranza della
vita eterna, che, sebbene
resti avvolta nel mistero, non
è illusione, ma meta certa,
un futuro prossimo che giorno
dopo giorno si avvicina. In
tale prospettiva, la vita
terrena appare un cammino
verso l’eternità, il
presente solo un lasso di
tempo da sfruttare al meglio
per poter raggiungere quella
meta, pronti, preparati al
grande passo finale, che
introduce nella beatitudine
senza tempo.
La Speranza
cristiana è “speranza
affidabile” (cap.1) che dà
senso al presente, al passato
e al futuro di ogni uomo,
cosicché la vita quotidiana,
sebbene faticosa, può essere
vissuta e accettata, perché
conduce verso una meta, di cui
possiamo essere sicuri, “una
meta così grande da
giustificare la fatica del
cammino” (cap.1). Chi ha
speranza non si affligge, non
si scoraggia, non dispera e
persino nelle cadute trova
l’entusiasmo per riprendere
il cammino con rinnovato
vigore.
I Cristiani “hanno un
futuro” (cap.2), pur non
conoscendo nei particolari ciò
che li attende, “sanno
nell’insieme che la loro
vita non finisce nel vuoto”
(cap. 2), così il futuro
diviene una “realtà
positiva” che rende
“vivibile anche il
presente” (cap. 2). Ecco
allora che la nascita di Gesù,
il Suo Vangelo,
la Sua
Morte
e Risurrezione sono portatrici
di speranza, di salvezza e di
redenzione. Si tratta di fatti
e parole che non solo
“informano”, ma “performano”,
cioè entrano nella vita e la
cambiano dall’interno. E così
chi ha speranza “vive
diversamente” perché “gli
è donata una vita nuova”
(cap. 2); la morte non è più
motivo di tristezza e paura,
ma diviene la porta spalancata
su una eternità di gioia. In
fondo è questo che cerca il
cuore dell’uomo, la felicità,
la vita beata, che può
pregustare praticando
l’eccelsa virtù della
Speranza cristiana. Ma come
raggiungere questa speranza,
che redime e cambia la vita?
Risponde il Santo Padre:
“giungere a conoscere Dio,
il vero Dio, questo significa
ricevere speranza” (cap. 3),
una speranza che è più forte
delle sofferenze e della
schiavitù e proprio per
questo capace di trasformare
dal di dentro la vita e il
mondo (cfr. cap. 4). In virtù
della speranza tutti gli
uomini diventano fratelli e
sorelle in Cristo Gesù che
l’ha donata; la vita stessa
assume un significato nuovo:
“non è un semplice
prodotto… della materia, ma
in tutto e contemporaneamente
al di sopra di tutto c’è
una Volontà Personale, c’è
uno Spirito che in Gesù si è
rivelato come Amore” (cap.
5). Con Gesù, ci è dato di
conoscere quella via che
invano tanti filosofi avevano
cercato; Egli rivela l’uomo
all’uomo, “ci dice chi in
realtà è l’uomo e che cosa
egli deve fare per essere
veramente uomo” (cap.6). Gesù
“ci indica la via e questa
via è la verità…perciò è
anche la vita della quale
siamo tutti alla ricerca”
(cap. 6), è Vita che va anche
oltre la morte. Risorgendo,
Gesù, ha vinto la morte e ci
ha donato la certezza della
vita eterna, rendendo sicura
la nostra speranza. Se Lui, da
uomo è risorto, anche noi,
uomini, risorgeremo: Gesù ha
reso visibile il nostro
destino. “Il fatto che
questo futuro esista, cambia
il presente” (cap. 7) e
rende fiduciosi nella
speranza, perseveranti nella
carità e forti nella fede.
Colui che viene toccato dalla
speranza diviene a sua volta
fonte da cui scaturisce
speranza per quelli che vivono
nel buio. Cosicchè la
speranza di uno può divenire
motivo di “redenzione” per
l’altro, che a sua volta si
fa tramite di fede, speranza e
amore. Di qui il “carattere
comunitario della speranza”
(cap. 14) che se vissuta
cristianamente ristabilisce
unità e pace nelle comunità
e nel mondo. Gesù, rivela
all’uomo l’eternità, solo
Lui che è Dio poteva parlarci
della vita beata che attende
quelli che Lo amano, “quel
momento colmo di appagamento,
in cui la totalità ci
abbraccia e noi abbracciamo la
totalità…il momento
dell’immergersi
nell’oceano dell’infinito
amore, nel quale il tempo- il
prima e il dopo- non esiete più”
(cap. 12).
“Chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici
speranze, in fondo è senza
speranza, senza la grande
speranza che sorregge tutta la
vita” (cap.27).
L’uomo senza Dio, non
conosce neppure la vera
felicità. Nonostante gli
innumerevoli tentativi di
costruire una vita che lo
soddisfi, non si sente mai
pienamente realizzato, sempre
all’affannosa ricerca di
qualcosa che lo appaghi
totalmente. Sebbene impieghi
tutte le sue forze e il suo
ingegno per tale fine, è
costretto a fare la deludente
esperienza del fallimento,
poiché le tante speranze che
lo animano giorno dopo giorno
sono tutte destinate a finire
e a lasciarlo vuoto e
insoddisfatto fino alla
disperazione. Vive nell’uomo
un desiderio di infinito che
il mondo con le sue ricchezze
non potrà mai compiacere;
un’anima immortale
alimenta nel suo cuore una
sete di eternità e di
perfezione che niente e
nessuno appagherà mai se non
Dio solo. “Si rende evidente
che può bastargli solo
qualcosa di infinito, qualcosa
che sarà sempre più di ciò
che egli possa mai
raggiungere” (cap. 30). L’
uomo, dunque, necessita di un
Amore incondizionato e
assoluto che superi le sue
possibilità umane. Un Amore
fedele in cui confidare
sempre, qualunque cosa accada.
È l’Amore che “redime”,
donando speranza; quell’
Amore che si è reso visibile
nella Persona di Gesù,
dandoci la certezza di una
presenza reale accanto a noi
“tutti i giorni fino alla
fine del mondo” (Mt 28).
L’uomo che incontra questa
verità scopre che la sua
esistenza non finisce nel
vuoto ma è un cammino di
speranza verso una meta piena
di gioia, che va
“conquistata” passo dopo
passo, ogni giorno,
attraversando anche il dolore,
l’abbandono, la sofferenza,
e che, tuttavia, garantisce la
felicità autentica fin da
subito. Avvinto dalla forza
dell’Amore, acquista fiducia
e si prepara ad affrontare la
vita senza paure, fissando lo
sguardo oltre le barriere del
tempo. Scopre la vita nella
sua totalità, attingendo alla
sorgente della Verità. Scopre
che il Regno di Dio non è
qualcosa di lontano e
indefinito, ma è presente e
visibile già ora in quelli
che vivono per Cristo e il Suo
Vangelo. Comprende il valore
della vita e necessariamente
si apre ai bisogni del
prossimo, per trasmettere a
tutti la speranza che viene
dalla fede. “Se siamo in
relazione con Colui che non
muore, che è
la Vita
stessa e lo stesso Amore,
allora siamo nella vita.
Allora “viviamo” (cap.
27), viviamo in comunione con
Cristo per donarci agli altri,
perché Lui, che si è
sacrificato “per tutti”,
“ci impegna per gli altri”
(cap. 28). Chi ama Dio
riconosce la dignità di ogni
essere umano, sa che tutti
sono amati infinitamente dal
Padre e che il Figlio Gesù ha
versato il Suo Sangue per
ciascuno di essi… desidera
che tutti conoscano
quell’amore così grande,
l’unico in grado di
trasformare la vita
dall’interno mentre lo
Spirito Santo gli infonde nel
cuore il desiderio di
condividere con Cristo il suo
donarsi al prossimo,
della cui salvezza
viene fatto in qualche modo
“responsabile”. Gli
innumerevoli tentativi passati
e presenti di “salvare”
l’uomo mediante la scienza e
la politica sono stati
fallimentari e illusori,
dimostrando che “non è la
scienza che redime l’uomo.
L’uomo viene redento
mediante l’amore” (cap.
26). Quando la fede in Dio
viene sostituita dalla “fede
nel progresso”, ci si illude
di poter salvare l’uomo
costruendo delle nuove
strutture sociali ed
economiche, ed invece, la
storia dimostra che, quando la
scienza umana non è
illuminata da sani principi
morali,
assieme al progresso
“si aprono possibilità
abissali di male” (cap. 22).
Infatti, “se al
progresso tecnico non
corrisponde un progresso nella
formazione etica dell’uomo,
nella crescita dell’uomo
interiore, allora esso non è
un progresso ma una minaccia
per l’uomo e per il mondo”
(cap. 22). La ragione senza la
fede diviene cieca e non è più
una ragione “veramente
umana”, perché non permette
un’adesione libera e
orientata al bene comune, non
essendo in grado di aprirsi al
discernimento tra bene e male.
È allora che “lo squilibrio
tra capacità materiale e
mancanza di giudizio del
cuore, diventa una minaccia
per l’uomo e per il
creato” (cap 23). Soltanto
l’armonia tra fede e ragione
garantisce la vera libertà
all’uomo in ogni tempo. La
libertà è prerogativa
dell’uomo, è la forza che
orienta la sua vita, ma anche
la sua debolezza quando non vi
è la luce della fede a
indirizzare le scelte. Solo
l’amore di Dio ci concede di
perseverare nella giustizia e
nella speranza, anche in un
mondo dominato dall’errore e
dal dubbio. Dio, il Dio che si
è rivelato in Gesù Cristo,
che ha preso un volto umano,
che ci ha amato fino alla fine
e ci ha chiamato “amici”,
Lui solo è il fondamento
della nostra speranza “e il
Suo Amore, allo stesso tempo,
è per noi la garanzia che
esiste ciò che solo vagamente
intuiamo e, tuttavia
nell’intimo aspettiamo: la
vita che è veramente vita”
(cap 31).

La Speranza
cristiana scaturisce dalla Fede in Gesù Cristo ed è
fonte di Carità. Si tratta di
una virtù teologale
necessaria per affrontare la
vita e darle il giusto senso.
Infatti, senza la certezza
della vita eterna, che è
giustizia e amore perfetto, la
vita terrena si svuota di ogni
significato.
La Speranza
ha i suoi “luoghi di
apprendimento e di
esercizio”. “Un primo
essenziale luogo di
apprendimento è la
preghiera”: “se non mi
ascolta più nessuno, Dio mi
ascolta” (cap. 32), mi
esaudisce e mi è vicino,
perciò non ho motivo di
di-sperare. Il desiderio di
Dio “allarga l’animo
umano” e lo rende capace di
accogliere Dio stesso. La
preghiera, secondo
Sant’Agostino, è un
esercizio del desiderio, che
purifica il cuore, rettifica
le intenzioni e rafforza le
virtù, aprendo l’uomo ad
una comunione con il Signore
sempre più perfetta.
Progressivamente liberato
dalle menzogne con cui inganna
se stesso, dalle false luci e
dalle mere speranze, colui che
prega impara ad amare Dio e
gli uomini. Tuttavia, perché
la preghiera sviluppi questa
forza purificatrice, non basta
che sia solo preghiera
personale, deve essere anche
pubblica, “preghiera
liturgica” della Santa
Messa, “nella quale il
Signore ci insegna
continuamente a pregare nel
modo giusto” (cap.34). Solo
così si diventa capaci della
“grande speranza” e
persino “ministri della
speranza per gli altri”
(cap. 34). Ma oltre alla
preghiera anche un agire retto
è un luogo di apprendimento
della speranza, o meglio è
“speranza in atto” (cap.
35). È vero, infatti, che
solo la speranza-certezza dà
“il coraggio di operare e
proseguire” nonostante i
fallimenti e la forza
distruttrice del male
dilagante. Scrive il Papa che
“la grande speranza
poggiando sulle promesse di
Dio... ci dà coraggio e
orienta il nostro agire”
(cap. 36). Allo stesso modo
consente a colui che soffre di
sopportare con pazienza il
dolore, cosicché la stessa
sofferenza diviene esercizio
di speranza. Se è cosa buona
e giusta tentare di alleviare
il dolore, non meno importante
è imparare ad accettare la
sofferenza, che non potrà mai
essere eliminata del tutto da
questo mondo. Fuggire la
sofferenza significa per lo più
svuotare la vita di senso,
perché il dolore è parte
integrante della vita stessa.
La speranza cristiana,
oltretutto, permette di
scorgere nel dolore la via
della Salvezza, vissuta e
insegnata dal Dio– Uomo, che
ha fatto della sofferenza un
canto di lode al Padre, nella
remissione dei peccati causa
di ogni male. “La misura
dell’umanità si
determina… nel rapporto con
la sofferenza”, perché
“una società che non riesce
ad accettare i sofferenti…
è… crudele e disumana”
(cap. 38), una società fatta
di singoli individui incapaci
di guardare al dolore nella
prospettiva della Speranza
cristiana. Solo chi ha
Speranza sa com-patire,
soffrire con l’altro che
soffre, per amore di Gesù,
che ha
patito per tutti.
Nell’incarnazione del Verbo,
Dio rivela il Suo volto di
Misericordia. In Gesù, il
dolore è diventato salvezza e
gioia, perché la giustizia e
l’amore si sono fatti luoghi
di speranza. Così, lo stesso
Giudizio di Dio è motivo di
speranza, “sia perché è
giustizia, sia perché è
grazia” (cap. 49). In Gesù
lo attendiamo con timore
filiale, certi che “il
nostro
modo di vivere non è irrilevante” (cap. 47), ma
proprio nel Giudizio finale,
quando ognuno sarà posto
davanti a se stesso, si
riceverà il premio o la
condanna per il bene o il male
commesso. La giustizia valuterà
i meriti, il fuoco
dell’amore brucerà ogni
imperfezione, ogni traccia di
male, in coloro che siano
almeno “rimasti protesi
verso Cristo, verso la verità,
verso l’amore” (cap. 47).
Saremo giudicati sulla carità:
“Nessuno vive da solo.
Nessuno pecca da solo. Nessuno
viene salvato da solo” (cap.
48). “Le nostre esistenze
sono in profonda comunione tra
loro” (cap. 48), siamo
legati da vincoli spirituali
che vanno anche oltre la
morte, così la carità si
espleta non solo verso i vivi,
ma anche verso tutti i defunti
che necessitano di suffragi.
Dunque, quando la nostra
speranza diviene speranza
anche per gli altri solo
allora può dirsi davvero
cristiana. Maria, stella della
Speranza, sia luce ai nostri
passi. “A Lei ci rivolgiamo:
Santa Maria, Madre di Dio,
Madre nostra, insegnaci a
credere, sperare e amare con
te. Indicaci la via verso il
Suo Regno! Stella del mare,
brilla su di noi e guidaci nel
nostro cammino!” (cap. 50).
SE
PRELEVI DEL TESTO IN QUESTA
PAGINA AGGIUNGI QUESTA STRINGA
"nelnomedimaria.altervista.org
©
Nel Nome di Maria "

|